Archivio per ottobre, 2012

Il giorno successivo mi alzai di buon’ora. Era mezzogiorno e quaranta, una buona ora per alzarsi. L’ora dell’aperitivo e poi del pranzo. Mangerò il suo minestrone, aspetterò la primavera e i suoi confetti di virtù… la radio passava una canzone di Capossela e la mattina era già passata.
Ho sempre cercato di evitare di alzarmi presto, quando il mondo è in ordine. Per questo esco tutte le sere e faccio tardi, oppure presto, che è tardi da un altro punto di vista. Ho sempre cercato di evitare l’inizio della giornata: a quell’ora la città non è ancora sveglia, mentre a mezzogiorno
è sveglia, è attiva. At midday, come avrebbe scritto Proust se avesse saputo l’inglese, il mondo ha già scelto il suo destino e io, qualsiasi cosa accada (h-da), non mi sento responsabile, non avendo partecipato alla creazione del primo giorno. Non faccio nè la parte di Dio nè il mestiere di autista di bus. La mia, al massimo, è una responsabilità individuale, personale: una responsabilità soggettiva. Rispondo solo di me. E solo al telefono.
<< Pronto >>
<< Pronto. Ciao, sono Tommaso. >>
<< Non ci credo, se non ti vedo… >>
<< Sempre a scherzare tu, sempre col senso della frase e le tue strane frasi senza senso. Dai, ho notizie da darti da parte di Gesù. Ci vediamo per pranzo? >>
<< D’accordo. Dove si fa? Dimmi te… >>
<< …Sebastiano…? >>
<< Cos’è? Un ottativo? >> risposi ironico.
<< Eh? >> replicò perplesso. Dovevo arrendermi all’evidenza, dovevo evidenziare la mia sconfitta e perciò deporre le armi, arrendermi. Tommaso non possedeva il senso della frase: del resto ognuno ha un difetto e manca di qualcosa. Io, ad esempio, non avevo il senso della misura e mi mancavano l’assenzio e due larghi occhi chiari (con splendidi riflessi di grigio).
Mi mancavano, poi, circa quanttro diottrie per occhio: ero miope.
<< Niente, lascia stare. Se-bastiano è quello in via Amedeo Modigliani? >>
<< Sì, allora facciamo lì tra mezz’ora, va bene? >>
<< Va bene. Io sono già lì! >>

Io sono già lì… già. Più o meno.
Arrivai puntuale, almeno dal mio punto di vista. Il tempo, lo diceva Einstein, è relativo; è come una congiunzione che unisce una principale a una subordinata, lo diceva de Saussure. Almeno credo. Comunque ero in ritardo di un quarto d’ora, secondo il calendario gregoriano, ma Tommaso evitò di cantarmele. Forse perchè era stonato o forse perchè era un sant’uomo, capace di sopportare i difetti degli altri. Ci accomodammo a un tavolo e mentre sfogliavo il menù à la carte notai in un tavolo alla nostra destra due uomini à la page, almeno nell’ambiente letterario. Io, che non coltivavo ambizioni artistiche, ma alloro, essendo un poeta laureato, li riconobbi: erano Fortini e Loi.
Parlottavano e sfottevano Montale e la Merini, una poetessa mezza matta che mi ero limonato a un Premio Strega qualche anno prima. Avrei preferito, però, Patrizia Valduga: è più figa.
Devo confessarvi che, da quando, bambino, avevo scoperto che i tre moschettieri erano quattro e che il protagonista non figurava neppure nel titolo, non mi stupivo più di nulla. O quasi.
In quell’occasione, invece, mi stupii. Era l’eccezione che confermava la regola oppure la regola dell’eccezione a imporsi come conferma dell’assurdo del mondo? Non lo so, vi dirò. Ohibò. ( Cocò, Godot. ) ( Gaudì, Modì. ) (Morta qui. )
Quel che è certo è che mi stupì vederli lì, assieme, ma il mio non ero lo stupore commosso, lo stupore di chi si sente simile tra i simili, no, era lo stupore di vedere lì Fortini. Doveva essere in una tomba al cimitero di Milano: era morto da nove anni. Almeno così credevo. Forse mi sbagliavo, forse era solo un sosia, un doppio; o forse era il vero Fortini, Franco Fortini risorto e desemantizzato. Mi proposi di andare, dopo, a controllare.

<< Allora, dimmi, che novità mi porti? E’ una buona novella, almeno? >> sorseggiai a Tommaso, bevendo del vino rosso. Era un vino maschio, corposo e solido, nonostante il vino sia un liquido.
<< Mah… ti dirò che Gesù ti segue sempre. Con affetto e simpatia. Ed è anche un po’ preoccupato, ma anche diverito, dalla tue avventure epiche… >>
<< Più che epiche >> lo interruppi piccato << le definirei picaresche. >> << Sì, insomma, delle tue avventure, della tua vita: diciamo che la tua vita è un romanzo… >> Non intervenni, ormai mi ero arreso, ma non potei fare a meno di notare come Tommaso non avesse fantasia; parlava per frasi fatte, talmente fatte che non mi capacitavo di come potessero uscirgli dalle labbra, senza sciogliersi e sfarinarsi nella faringe. Era un venditore di campionari linguistici usati fino allo sfinimento, ne abusava quasi fosse il campione del luogo comune, senza neppure un Flaubert a cucirgli intorno un dizionario. Ma non davo gran peso a questa cosa, in fondo era pur sempre un amico, per dirla come l’avrebbe detta lui.
<< …comunque… >> continuò Tommaso << ho anche un messaggio da parte di Michele. Dice di ricordarti dell’altra sera e di… di… >>
<< Sì, della mia sconfitta: mia e delle mie bugie. E della promessa… >>
<< Tifiamo tutti per te, siamo tutti con te nella tua ricerca dell’assenzio. >>
<< E di quei due larghi occhi chiari. >> aggiunsi con tono gioiosamente malinconico. In fondo, adoro la malinconia: da l’impressione che io sia profondo, dura più dell’allegria e, in aggiunta, quando non ne puoi più, puoi sempre suicidarti.
<< Ma raccontami un po’ di questi due occhi chiari. Come sono? E lei com’è? E’ bella? >> chiese Tommaso tutto incuriosito. Era il suo vizio, la curiosità, un vizio portato all’estremo, estremizzato come ogni cosa in un uomo metà santo e metà bambino: era il vizio dell’agnello, che, a differenza del lupo, non perde nè il pelo nè il vizio. Rischia solo di perdere la pelle: se incontra un lupo o se è la settimana di Pasqua.
<< Bello non è un aggettivo bello. >> iniziai spegnendo la sigaretta sotto al tavolo. I posacenere non esistevano più da quando, nel 1918, qualcuno all’apertura del ristorante se li era fregati tutti. << Bello è un aggettivo troppo usato, stanco degli abusi che subisce, è vecchio e decrepito. E una cosa bella non può essere decrepita. Bello banalizza. E’ un po’ come solare, si spreca ad ogni raggio. >> Ci pensai su. << Più che altro la definirei intensa. Ecco. La sua è una bellezza intensa e, insieme, segreta. Non è la bellezza vistosa da calendario, ricorda molto di più la bellezza simbolica dei Preraffaeliti. Ma soffermandoti a guardarla ti dimentichi di tutto: sia dei Preraffaelliti che del simbolismo. Rimane solo lei, nella nuda luce azzurra dei suoi occhi chiari. >>
<< Però… vorrei proprio incontrarla questa qui… >>
<< Un giorno te la farò conoscere, se mai la ritroverò. L’azzurro fugge e non sai mai dove cercarlo: si confonde col cielo, col mare. Tu lo cerchi ovunque, lui gioca con te e finisce che sfuma in colori più intensi e diventa blu. E tu rimani lì; col blues. Note di B. B. King e notti di sbronze per dimenticare disaccordi di cuore con accordi di chitarra e malinconia. In genere non funziona, però tentare non fa male. Tu piuttosto, a donne come sei? >>
<< Ti dirò… è proprio riguardo alle donne che ti volevo chiedere un consiglio. E’ anche per questo che ti ho invitato a pranzo. >>
<< Spara, old Tom! Tu e chi? Due cuori e una capanna? O il deserto dei Tartari? >>

(fine del capitolo)

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Feci una lunga doccia bollente, seguita da una gelata. Non ho mai capito quale delle due si debba fare prima, così, nel dubbio, le alterno volta per volta.
Mi feci la barba e controllai l’ora: le nove e quaranta. Corsi a raggiungere gli amici che mi attendevano al solito bar. Era ora. Finalmente iniziava una nuova notte e le prospettive, neanche a dirlo, erano luminose. Almeno, a lume di naso, pensavo così. Mi sbagliavo.
Errare è umano e anche divino: il mio amico Gesù, figlio di Dio, sbagliò formazione, ne aggiunse uno di troppo che lo tradì e lo vendette a un arbitro già venduto di suo. Risultato: retrocesso da Re dei Giudei a crocefisso, dalla corona d’alloro alla corona di spine.
Mi sbagliai anch’io. Fuori dal pub nulla brillava, se non le lame dei coltelli: uno spettacolo impressionante, una pressione di corpi che cozzavano l’un contro l’altro armati di sedie e cartelli stradali, di spranghe e catene. Erano naziskin ed ex sessantottini che se le davano di santa ragione, per ragioni ormai inutili, che la storia aveva sorpassato a gran velocità, ma che loro consideravano ancora buone: erano lì, fermi a
un semaforo rosso che gli uni volevano distruggere e sfasciare, gli altri difendere e diffondere come verbo di redenzione e di rinascita. Quella notte, però, nulla sarebbe rinato; solo la morte avrebbe visto il suo trionfo e tutti gli altri, impauriti, sarebbero fuggiti in ogni direzione.
Non è vero che ci scappa il morto; il morto sta sempre lì, immobile e senza sorriso per le foto della scientifica: sono gli altri, i suoi assassini e i suoi compagni, a scappare.

Evitai i pugni e i calci e raggiunsi l’ingresso del pub. Speravo di trovare, nonostante tutto, la festosa allegria dell’amicizia, la poesia lurida senza essere sporca delle notti in compagnia di amici fraterni. Le bevute che la notte partoriscono rivoluzioni per reazione all’autorità costituita e al mattino diventano involuzioni, per reazione alla nuova autorità rivoluzionaria cresciuta nella notte. Una rivoluzione permanente, insomma. Molto trozkista e anche un po’ incasinata. Spalancai la porta e nell’aria volò una bottiglia. Un’altra rissa.
Nessuna rivoluzione o reazione, qua niente naziskin o ex sessantottini, ma uno stato d’eccezione che si stava facendo regola. D’altra parte, il confine tra regole ed eccezioni non è di per sè ambiguo? Ci sono le eccezioni, d’accordo. Quelli che creano le regole partono proprio dall’eccezione: assistendo a qualcosa di osceno, rifiutandosi di credere che le cose, a volte, possono essere veramente così come appaiono, ci
costruiscono attorno una barriera immaginaria, una barriera architettonica per difendere la loro cecità. Questa barriera la chiamano regola; quindi concludono il lavoro dicendo che è l’eccezione che conferma la regola. E vivono tranquilli e soddisfatti nel loro recinto di certezze e ipocrisie, non vedendo che è, in realtà, l’eccezione ad imporre le sue regole. Regole fantasiose e poco astratte, regole a strati e poco concrete. Sincretiche, forse; o forse solo regole sregolate, ma che comunque hanno il sapore della vita, non l’inodore dell’assenza. Regole per una vita eccezionale, insomma.
Ho ragione o torto? Non lo so, non ho nemmeno capito bene quello che ho detto: certamente sta di fatto che mi trovai, nel pub, nel bel mezzo di un regolamento di conti. Tra marocchini e algerini. Questioni di nazionalismo. O di droga. O di entrambe le cose. A me e ai miei amici non importava granchè della nazione (eravamo anarchici) nè della droga (cercavamo l’assenzio); ci fregava molto di più della nostra pelle. Così ci demmo una regolata e ci buttammo nella rissa per difenderci, sostenuti da una massima calcistica: la miglior difesa è l’attacco.

Un algerino, alto come un cammello e possente come un cavallo, caricò a testa bassa verso di noi come un toro. Era, insomma, un animale. Mi prese in pieno petto, come un infarto, facendomi realizzare il sogno più antico dell’uomo: volare senza ali. Volai; e una porta al volo sfondai (essendo io un gentil’uomo, mi presi anche la briga di bussare); per le scale infine ruzzolai. Ahi ahi.
A proposito, chi ha messo in giro la balla che quando uno prende una botta in testa vede le stelle? Avevo visto di tutto, tranne, vi giuro, le stelle: un prestigiatore nudo (senza tucco e senza inganno), un violinista zingaro e Capossela ubriaco, sette spose per sette fratelli, una mantide religiosa e uno scarabeo ateo, il reggiseno della donna cannone (esplosivo), un film a luci rosse e la Casa Rosada, una conchiglia che se ci appoggiavi l’orecchio sentivi i risultati delle partite, una monaco monco, una foca monaca che s’azzuffava con uno struzzo per le vie di Parigi, un teofago e Teofilo Gautier, due deputati di Forza Italia al prezzo di uno (il prezzo del potere, in saldo), le tonsille di Big Luciano Pavarotti e un’antroposcimmia.
Tutto, vi giuro, tranne le stelle.
Dopo un po’ rinvenni e mi guardai intorno: mi trovavo nella cantina del bar.
Sanguinavo dalla bocca. Un orrore. Non la vista del mio sangue, bensì quella dei topi che usciti dai loro appartamenti erano venuti a godersi lo spettacolo. Loro squittivano, io urlavo dallo schifo, quando Gianni mi piombò addosso. Il Golia algerino lo aveva scagliato giù dalle scale: peccato non avessi una fionda, ma d’altra parte non mi chiamavo neppure Davide. Tentai di rispondere al colpo rilanciandogli contro Gianni, ma non lo beccai. In compenso mi beccai quattro madonne da Gianni. Evitai di replicare, in fondo in fondo me le meritavo e poi non avevo molto tempo, preso com’ero a tentare di abbattere il colosso di Rodi. Mi guardai in giro, girai su me stesso alla ricerca di un’arma; raccolsi un’arma impropria che mi faceva propriamente schifo: un grosso ratto.
Presi la mira e lo lanciai dalla cantina al piano bar: il ratto ruttò dalla spavento. Volò in linea retta, con i peli ritti. Si fece dardo e colpì in pieno volto il Golia arabo che urlò dal dolore. Gli avevo rotto la mascella.
Avevo abbattuto il colosso di Rodi. Con un roditore. Risalite le scale chiamai i miei amici e raccolsi il ratto moribondo per sventolarlo davanti a Gianni. Lui urlò per lo spavento e rinvenne immediatamente. Corremmo alla porta, mentre il sangue correva, anche lui, tra fiumi di bottiglie rotte e liquori sprecati, e in un batter di ciglio uscimmo. A riveder le stelle? Ma quali stelle… c’era solo il cadavere di un uomo. Era un rosso o un nero? Non lo sapevamo e non importava: la tragedia non ha colori, la tragedia ha il colore della morte e nella morte si perdono tutti i colori. Oltre alla vita, naturalmente. Rosso o nero che fosse non importava a nessuno: forse sarebbe interessato di più a Stendhal. Per noi era solo il cadavere d’un uomo. Lo guardammo in silenzio e chiamammo la polizia.
Subito dopo ce ne andammo: per non dover rispondere alle domande volanti della mobile, per non essere implicati in una morte e in due risse che nessuno di noi aveva cercato, ma che l’eccezionalità di quella notte ci aveva imposto come regola da seguire. Nostro malgrado.

La vita proseguiva imperterrita e per nulla atterrita, come se del morto, di me e degli altri non gliene potesse fregare di meno. La vita terminava, sarebbe terminata, per tutti, tranne che per se stessa, da quella grande egoista che era. Forse non era neppure egoista, ma semplicemente amorale. Lei proseguiva, troppo impegnata a viversi addosso: usciva con l’ultimo respiro da un cadavere pronta per entrare nel corpo di un neonato. Pronta a renderlo felice, a trasformarsi in un inferno; pronta a risucchiarlo nel suo vortice: succhiarlo, vampirizzarlo, sicura di essere estranea alla morte. La vita beveva tutto. Vino, montenegro negroni e tequila al bar davanti al duomo. La vita preferiva però l’assenzio, la linfa di ogni uomo, e quando in una persona l’assenzio era finito cercava altri paradisi artificiali, altri corpi da succhiare, altri bar da svuotare.
Per l’uomo disteso davanti al nostro pub l’assenzio era finito. Per sempre. Per me, invece, c’era ancora: come ricordo, come speranza, come possibilità. Quell’uomo ora coperto da un lenzuolo bianco non avrebbe più potuto godere della felicità che solo due larghi occhi chiari possono dare. Io, invece, avrei ancora potuto guardarli, avrei potuto ancora sentire il brivido che trasmettevano. Mi ritenevo fortunato: baciato dalla fortuna, mentre lui poteva baciare solo il sudario di morte. Che presumo puzzi anche un po’.

(il capitolo è capitolato. morto per cause naturali. fine di questa parte)

L’insegna, un neon che non pareva avere alcuna voglia di illuminare la strada, diceva “Varadero”.
Entrai e prendendo posto al bancone mi accesi un Montecristo. Sigaro cubano.
Ordinai al barista un rhum. Havana club. El alma de cuba. Ma in quel locale non c’era quasi anima viva e, inoltre, più che nel centro festoso e povero dell’Avana, sembrava di essere in un girone infernale fatto di cenere e malinconia. Di grigiore e noia.
Il barista mi versò da bere con un’aria a metà tra l’incuriosito e il nostalgico, nostalgico come la sua barba che non faceva affatto pensare a Che Guevara o Castro, e nemmeno a Gesù, no, faceva solo pensare al babbo natale triste d’un centro commerciale. Nostalgico e fuori stagione, dal momento che Natale era passato da un pezzo. Fuori stagione e fuori moda, come la camicia verde militare che gli tratteneva a stento la pancia e che lo faceva assomigliare a un rivoluzionario marxista come il tonno sott’olio ricorda le sirene. A suo favore c’è da dire che, se uno ha fame, non sa cosa farsene delle sirene. E io in quel momento avevo fame.
<< Un paio di tramezzini mozzarella e pomodoro, per piacere. >>
Li mangiai in un attimo e dopo ripresi a bere il doppio rhum, mentre mi confondevo tra le volute del sigaro e i miei mille, illogici, non voluti pensieri.
Il mio corpo era stanco, stanco di anni di corse verso qualcosa che ignoravo, stanco del mio dedalare alla ricerca dell’assenzio e di due larghi occhi chiari. Ma il mio cervello lavorava, cogitava, elaborava dati e opinioni senza successi matematici. E la matematica, si sa, non è un’opinione. Avrei dovuto, di conseguenza, dichiarare il mio fallimento, senza neppure una casa da ipotecare o una causa legale per salvare il salvabile. Una cosa opinabile, per i miei gusti. Raccattonai, allora, le poche certezze e i molti dubbi che la vita mi aveva portato in dono, come fosse stata, anche lei, un babbo natale fuori stagione, un babbo natale sadico che, avendo finito il carbone zuccherato, ti getta sotto ai piedi carboni ardenti. Un anticipo dell’inferno, e tu, come un pirla, che ci balli sopra il ballo di san Vito.

Avevo incontrato in una sola notte Gesù Cristo, l’angelo della Morte, l’angelo Michele e San Tommaso ficcanaso. Ero sulle tracce dell’assenzio e di due larghi occhi chiari e mi trovavo, al momento, in un locale cubano ad ubriacarmi, come un poeta maledetto. Senza aver scritto una riga, però, e senza una retta via da seguire. Ma di questo non mi preoccupavo troppo: la geometria è un’opinione. Alle volte la via più breve tra due punti è una curva.
Sentii aprire la porta e vidi entrare due uomini in divisa. Squadra mobile.
S’avvicinarono al bancone e squadrarono il barista, poi passarono a me.
Forse erano squadristi. Improvvisai loro un sorriso falso come i gioielli della figlia di uno czar russo. Non ricambiarono. Mi ero sbagliato: forse erano leninisti. O forse, semplicemente stronzi. Loro rappresentavano la Norma e l’ordine, io la Traviata e il caos primigenio e ci stavamo per affrontare in un bar dal sapore cubano. Sapore forte, di rum e rivoluzione.
Ordine, disordine e rivoluzione, senza neppure un Che Guevara a farmi da spalla in quel teatrino dell’assurdo che metteva in scena l’assurdo della vita. L’unico a farmi da compare, a parte qualche comparsa talmente avinazzata da non riuscire ad alzarsi dal tavolino, era il compagno
barista.
Un uomo stanco e invecchiato, come Fidel Castro un detrito della Storia che resisteva ancora alle maree del progresso.
I rappresentanti dell’ordine mi sfidarono con sguardi che volevano essere alteri. Io, già abbondantamente alticcio, dall’alto del mio sgabello ordinai una tequila.
<< Doppia tequila con ghiaccio… e una cerveza para mis amigos, por favor. >>
Indicai gli sgherri, gli sbirri, i bravi di un don Rodrigo innominato, ma molto più potente di quello d’un tempo: nei secoli aveva imparato a nascondersi dietro a mille nomi, assumendo mille sembianze e nessuna.
Bevvi al volo la tequila e mi alzai dal bancone.
<< Sul loro conto… muchas gracias, amigos! >> ammiccai, mentre uscivo sperando di riveder le stelle… Macchè stelle! La luce del sole mi ferì.
Una ferita che bruciava, dolorosa come un dito in un occhio o un calcio negli stinchi. Mi ero dimenticato che le ore piccole, quelle ore ratrappite dal peso della giornata, si erano talmente rannicchiate in sè stesse da scomparire, svanendo nel passato e lasciando il posto alle fresche e dolci ore di un nuovo giorno.
Iniziai a camminare, con il passo veloce di chi non sa dove andare,ma vuole arrivarci in fretta. Per la strada nulla era cambiato, eppure ogni cosa mi sembrava diversa: i muri, gli alberi lungo i viali, gli ingressi delle
case e dei casini, le auto parcheggiate, i lampioni oziosi e i negozi dei commercianti – tutto appariva sotto un’altra luce. Luce solare, una luce chiara e viva, almeno così ci fanno credere da millenni. Stonzate. La luce del giorno è una luce cupa e oscura, un nero seppia vestito di bianco per ingannare con pudore borghese la verità. La luce solare è il velo di Maya.
La notte, invece, è sempre stata vista come il regno del sonno, e il sonno della ragione, si sa, genera mostri. Sbagliato. Al massimo, le ragioni del sonno portano incubi, mai mostri. Il sonno della ragione non genere mostri, ma mostra le nudità di Maya: in un museo, la Maya desnuda. Il sonno della ragione è l’irrazionale, il movimento fluido e puro della vita, la vitalità di una danza dionisiaca. E’ il regno notturno dei poeti, dei mistici e dei folli.
Essendo io un (in)degno rappresentante di tutte e tre le categorie, decisi di andare a casa a dormire, aspettando l’alba di una nuova notte.

Chiusi la porta ed andai fino al bagno.
Sentivo la testa scoppiare, lo specchio mi riconsegnava due occhi affogati nel pianto e nell’assenza, le pupille ormai si confondevano nel mare salato: tirai le retine e pescai il mio dolore di gambero, mentre la mareggiata di lacrime usciva zampillando nel lavabo. (Era sporco di dentifricio: lo laverò domani, pensai). Tra pesci e dolore, tra assenza e sudore partì una scialuppa verso la camera da letto, mentre io affogavo nei miei occhi verdi e nel ricordo di quei larghi occhi chiari.
Mi addormentai, alla fine, cullato dalla tempesta dopo la quiete e dalla speranza insperata di colmare il mio vuoto.
Non sognai, però. Non avevo ragioni per farlo.

(fine di questa parte)

Partire è un po’ morire.
Almeno così dicono. Beh, si sbagliano. Morire, forse, è partire un po’  troppo, partire per un viaggio senza destinazione o, quantomeno, con la destinazione già segnata. Paradiso o inferno, purgatorio per chi non ha avuto picchi di santità nè pecche eccessive di malvagità. Morire è anche patire, e, se, come dicevano i poeti tragici, nel dolore sta la conoscenza, morire significa conoscere. A me, però, non serviva morire per conoscere il mio destino. Nè tanto meno avrei incontrato, partendo, una piccola morte. Senza doppi sensi, anche se, in fondo in fondo, ci speravo nell’ambiguità della parola. Partendo, anzi, volevo lasciarmi la morte alle spalle e per questo decisi di cancellare Samarcanda dalla rotta. Non si sa mai. Avrei cercato quegli occhi chiari e fuggitivi in ogni dove, anche in capo al mondo. Solo per baciarli, solo per guardarli sorridere di felicità. Guardai Gesù, Gesù guardò me. C’intendemmo al volo. Divinamente.
Presi su la giacca di Armani e per fortuna nella confusione del pub nessuno se ne accorse. Tanto lui, immagino, ne avrà a migliaia. Gesù ed io uscimmo e c’incamminammo nel vento che soffiava ruvido sui nostri volti: nessuno dei due parlava. Il silenzio, alle volte, è prezioso, soprattutto se le parole non valgono il prezzo dell’oro al mercato di Wall Street.
Osservavo alcolicamente estasiato il mondo intorno a me: l’alcol mi scaldava il sangue e ribaltava lo stomaco. L’alcol ha una sua funzione sociale: non aiuta a risolvere i problemi, ma aiuta a tirarli fuori, a parlarne; è l’anestetico che ti addormenta il dolore e ti aiuta a superarlo, è l’amico sempre fedele che non ti abbandona mai, sempre pronto a capirti, senza mai giudicarti. L’alcol è un bene, è un bene per tutti, è in comunione dei beni, l’alcol è pronto a confortare anche quelle persone che lo giudicano
negativamente, persone per le quali parole come “sobrietà” e “rigore” sono altrettanti imperativi categorici.
Io, sinceramente, con gli imperativi non mi sono mai trovato molto in sintonia. Non riuscivo a coniugarli. Dai tempi del liceo e delle versioni di latino. Preferisco i tempi del dubbio: i congiuntivi per unire e ricongiungere due possibilità separate dalla nascita; i condizionali, che tengono in libertà vigilata le troppe certezze incondizionate di questo mondo. Preferisco l’imperfetto al perfetto, che è un tempo storico, un tempo di cose passate, vecchi conoscenti che ti bussano alla porta quando meno te
lo aspetti e ai quali non hai più nulla da dire.
Soprattutto preferisco il futuro, l’attimo di felicità che non è ancora e forse non sarà mai, ma che comunque puoi già intravedere dietro l’infinito; preferisco il futuro, quel futuro in cui si nasconde l’assenzio e, con lui, due fuggevoli occhi chiari. Ma torniamo al presente. O almeno nelle sue prossimità appena passate.
Io e Gesù arrivammo a un bivio. Dovevamo decidere cosa dovevo fare. Entrambi non sapevamo proprio da dove cazzo iniziare. Come inizio di riflessione non era male.
<< Provo a tirare la monetina… Testa o croce? >> gli proposi… Alla faccia del senso della frase! Bella stronzata avevo detto, ma lui fece finta di nulla, forse, anzi, sotto sotto gli era anche un po’ piaciuta. Comunque uscì croce, così scegliemmo testa. Sulla croce non ci sentivamo proprio di contare. La via crucis non era di buon auspicio.
<< Allora vai. E buona fortuna. >> mi disse Giugiù. Solo allora, abbracciandolo, mi accorsi che i suoi abiti puzzavano un po’. Deve essere uno degli effetti collaterali della resurrezione, pensai.
<< Così sia. E se va male, amen. >> Lo salutai con ottimistico pessimismo e anche un po’ dispiaciuto: mi ero divertito con Giugiù. Era un pezzo di pane.
<< Ah, Greg >> aggiunse lui lasciandomi << non è uno degli effetti collaterali della resurrezione. E’ che puzzano proprio. Nessuno è infallibile. In bocca al lupo. >>
<< Crepi. E salutami il Gran Capo lassù. >> Feci cenno con la mano al cielo, mentre voltavo i tacchi votandomi alla ricerca dell’assenzio perduto e di quei larghi occhi chiari. Un voto sulla fiducia. Anzi, un voto di fede, sperando diventasse il più presto possibile un ex-voto.

Ero solo, adesso, nella mia ricerca. Dio non mi aveva abbandonato, ma Gesù se n’era andato via, perchè il mio destino doveva compiersi: fiat voluntas tua, e gli Agnelli entreranno nel regno dei cieli. Ero solo, con il diavolo in corpo (citando Radiguet) e mille demoni che mi tormentavano con i loro forconi di dubbi. Vagolai di malavoglia (citando Verga) per strade sporche di polvere e
cemento, sporche di memorie abbandonate fuori dal cassonetto dei ricordi in un aprile crudele (citando Eliot), vagolai e vagabondai in quel regno di luci artificiali e artifici luminosi, in quella giostra tragica, in quella festa mobile (citando Hemingway) che è una città di notte, in quel luna-park dove tutto si può comprare tranne le stelle e la luna. Non parliamo poi della luna nel pozzo.
Guarda che luna, pensai (citando Buscaglione) e alzai di riflesso gli occhi al cielo.
Avrei voluto scrivere una poesia su quegli occhi chiari, del colore della luna, ma non ne ero capace; avrei voluto leggere nel cielo la mia sorte, ma non credevo nell’astrologia. Per non saper nè leggere nè scrivere, fischiettai un motivetto, immotivatamente felice e iniziai a parlare da solo. Sul liscio asfalto mi piace biascicar le parole! (citando Majakovskij).
Continuai la mia pantomima prendendo a volteggiare nell’aria, a librarmi davanti a una libreria, a recitare la parte di Antony il maledetto (tragedia di Dumas padre). Era teatro di strada. Ballavo da solo, felice d’essere innamorato, senza neppure un Bertolucci qualsiasi a riprendere la scena.
D’altronde era teatro, non cinema. Saltellavo come un deficiente in mezzo alla strada, quando… quando per poco non feci la fine di San Tommaso: la stessa fine di un pastore tedesco abbandonato in autostrada. Una fine del cazzo. Morire così, insomma, sarebbe stato proprio morire alla cazzo di cane.
Una lancia mi passò di fianco sfiorandomi, lanciata a tutta velocità verso un nuovo giorno. Feci un salto e mi ritrovai nell’altra corsia a fronteggiare un’alfa 147. Nei momenti del pericolo supremo, in articulo mortis, molti invocano la propria madre e i figli, i parenti e gli amici che temono di non rivedere più. A me, non so perché, venne in mente Dino Campana.
Comunque sia, ero spacciato, come un chilo di coca colombiana tagliata con l’ammoniaca. Ero lì lì per baciare in bocca la morte, cosa che a me faceva anche un po’ schifo, vecchia com’era, quando accadde il miracolo. In un lampo comparve, nel senso contrario, una megane con i vetri oscurati. Mi trovai per un istante tra l’alfa e la megane, letteralmente. Non feci in tempo neanche a pensarlo che si aprì la portiera e una mano mi prese per il collo e mi trascinò dentro.
<< Coglione! >> Era l’arcangelo Michele. Sempre molto diretto. << Ma volevi farti ammazzare, per caso?!? >> Vicino a lui, seduto, c’era l’angelo della morte. Un tipo morigerato, dal sorriso mortifero.
<< Non è ancora giunta la tua ora. Stai attento, ragazzo mio, la prossima volta. Non voglio fare gli straordinari con te. >> soggiunge l’altro, a mò di predica.
<< A proposito >> chiesi, cogliendo la palla al balzo e rilanciando nella loro metà campo << che ora è? Vedo che sta albeggiando.>>
<< Le sei e quaranta. >> rispose Michele.
<< Un’ora prima della canzone di Battisti. Speriamo lei non abbia nessun treno da prendere. >>
L’auto galleggiava sull’asfalto, sembrava avere le ali e Michele guidava, non esagero, da dio. O forse sì, esagero, considerato che il Gran Capo era impegnato in altri affari nell’alto dei cieli: diciamo, per rendere giustizia a uno che il giorno del Giudizio sarà il giustiziere di Dio, che Michele era un mago del volante, Michele era come Schumacher, il Micheal dei cieli, il Michelangelo dei motori, uno che in formula uno avrebbe fatto la sua figura. Figurati, un successo. Assicurato. Furto e incendio compresi.
<< Senti un po’, eroe… >> mi apostrofò ironicamente. Era un asso del volante, ma per senso della frase non valeva un due di picche.
<< L’originalità negli attacchi non è il tuo forte vero? >> replicai << Comunque dica, monsiuer de Lapalisse… >> Non girai il coltello nella piaga, primo perchè gli angeli non hanno corpo, e poi perchè gli dovevo la vita. So essere riconoscente, io; so riconoscere quand’è meglio tacere mordendosi la lingua.
<< Cosa vuoi fare allora?!? >>
<< Vuoi la verità o una bugia? >>
<< La verità >> si intromise l’angelo della morte, che era un tipo di poche,ma taglienti parole, parole che tagliano come la falce, parole che arrivano per spiazzarti, mozzandoti il fiato in gola, sempre nell’attimo sbagliato. Come la morte. << Dicci la verità. >>
<< Peccato, so mentire benissimo. A me piace la menzogna: di verità ce ne sono molte, troppe, sono spesso una alternativa all’altra, spesso in conflitto l’una con l’altra, le verità sono contestabilissime, mentre di bugie, beh, di bugie ce n’è sempre una sola. Provate voi a contestare lo svolgimento dei fatti di qualcosa che non è mai accaduto. La bugia è personale, è tua, mentre la verità di tutti. Almeno potenzialmente. >>
Uno a zero per la menzogna. Palla al centro.
<< “Beauty is truth, truth beauty,” – that is all ye know on earth, and all ye need to know. >> mi rispose per le rime Michele (citando Keats).
Uno a uno ed ecco che la partita si stava facendo avvincente. Le schermaglie proseguirono, colpi di scherma e colpi duri d’ascia, soprattutto a centro campo. Io attaccavo e Michele si difendeva. Era tosto, un mediano anni cinquanta e quando contrattaccava sapeva pungere, tagliava i cross e le parole centrando sempre lo specchio della porta, come Angelillo. Affinità elettive.
Arrivammo al novantesimo. I minuti cruciali in cui ti giochi tutto, ti giochi la finale della Coppa del mondo e non conta niente se arrivi secondo. Ad arrivare secondo ti danno la coppa del nonno e pure del coglione. I secondi sono uomini che vivono all’ombra dei primi, sono piccole stelle accecate dalla luce troppo forte del sole. Senz’ombra di dubbio. I secondi vivono la notte, loro di notte brillano nell’argento della luna e girano i bar a raccontare la loro storia di sconfitti, l’altra faccia della medaglia.
Era scoccato il novantesimo.

Nessuno vide la palla, nessuno vide Michele scivolare sulla fascia e scartare gli avversari immobili come treni su un binario a scartamento ridotto. C’è chi dice che volava, letteralmente volava, a filo d’erba; altri invece, parlano della mano di Dio. Come Maradona contro l’Inghilterra in Messico, ma senza la malizia blasfema di quell’occasione. Nessuno vide nulla, nessuno s’accorse di nulla.
Sentimmo solo il boato della curva avversaria, le loro grida, i loro cori, la musica celestiale per chi vince, dannazione e lacrime per chi perde. Poi l’arbitrò fischiò.
Era la fine. La fine di troppe bugie. Il trionfo della verità. Due a uno.
Chi vince ha sempre ragione e la verità sta dalla parte della ragione.
Quindi chi vince ha dalla sua, oltre alla coppa e mille ragioni per gioire,
anche la certezza della verità.
In vino veritas. Andai ad ubriacarmi.

(fine quarta parte)

Mentre camminavamo, la notte scivolava sopra le nostre teste, indifferente  alla frenesia sincopata di una città fatta di noia e di nulla. Indifferente a tutto, come la vita, che se ne frega altamente di noi. Non gliene frega niente, alla vita; lei passa, passa e non ritorna più. Passano gli attimi che avresti voluto fossero eterni, passano volti e sorrisi, passano lacrime, passano nomi. Passano tutti col rosso, fregandosene del codice della strada e dei tuoi sentimenti, passano e ti sorpassano e provaci tu a stargli dietro, se vuoi. Non ci riesci, non puoi.
Passa anche la bellezza. Vecchioni? Sì, “La bellezza” di Vecchioni, non di una vecchia: quella è già passata da un pezzo. Passa la bellezza che non hai mai avuto il coraggio di cogliere, tutta la bellezza, agile e nobile, passano quelle parole che avresti voluto dire, ma che non sei riuscito a
pronunciare. Due parole o una sola: “ti amo”… “addio”. Parole che poi rimangono in loop nel cervello per anni, parole che ti tormentano e ti tempestano di rimorsi e rimpianti, perchè non sei stato tempestivo.
Parole…
La parola di Dio, invece, sa sempre i tempi giusti.
<< Ciao Tommaso. >>
Era Tommaso. San Tommaso l’Apostolo. Sembrava un bambino, quel bambinone un po’ troppo paffuto che alle elementari tutti prendevano in giro con una canzoncina deficiente, quel bambino un po’ troppo curioso che doveva mettere le mani ovunque. Mani nel costato e dita nella marmellata, mani un po’
troppo biricchine sotto le gonne delle compagne. Era un bonaccione, Tommaso, uno troppo buono per ribellarsi alla cattiveria degli uomini: fece la fine di un cane in autostrada. Morì colpito da una lancia.
<< Vado a trovare il mio gemello >> rispose Tommy. Io e Gesù ridemmo, perchè conoscevamo l’aramaico, a voi probabilmente questa battuta non dirà un cazzo. Vi lascio nel mistero, anche perchè, a sapere l’aramaico, non è che la battuta ci guadagni. Anzi. Diciamo, allora, che la nostra fu una risata
di cortesia. Lo salutammo e proseguimmo per una strada lastricata di buone intenzioni. A seguire le vie del Signore, che sono infinite, ci saremmo persi. Preferimmo la strada dell’inferno, anche perchè la notte, in questa città, non ci sono alternative. Tutte le strade sono un inferno, piene di gente di malaffare e di tossici in cerca disperata di una dose, piena di bastardi che si sentono i signori della notte, padreterni del quartiere, dei falsi e bugiardi che ti vendono un paradiso artificiale di poche ore.
Esentasse e perciò non scaricabile nel sette e quaranta, ma solo in una vena già troppo gonfia. Costo: venti euro ed una vita d’inferno.
Comunque, in un modo o nell’altro, attraversando i gironi infernali di una città senza più fede nè anima arrivammo al pub. Gesù ordinò una birra.
Pensate alla Du demon, vero? Scontato, e poi l’avevo detto prima che a lui piace la Corona. Fu io a prendere la Du demon. A volte mi piacciono le cose scontate. Soprattutto nella settimana dei saldi. Ci sedemmo e lui, dopo la birra, prese anche la parola.
<< Senti, Greg, ti ricordi quello che ti ho detto prima? >>
<< A proposito degli scherzi che facevate a Pietro? >>
<< No, no. Quello che ti ho detto all’inizio. Quando ci siamo incontrati. >>
<< Beh… più o meno… qualcosa del tipo: “cerca dentro di te”??!?>>
<< Esattamente, cerca dentro di te. Tu sai cosa stai cercando, tu sai chi
stai cercando…>>
Era inquietante, più inquietante di un’amore che sta finendo e non sai come dirlo, che parole usare: la quiete che era accesa si è spenta, dev’esserci stato un black out. Citando Ungaretti o Saba. No, mi sa che non funzionerebbe. Quando finisce un amore, c’è solo dolore. Nessuno spazio alle
parole. Meglio tacere.

<< E cosa sarebbe, cosa starei cercando… sentiamo…>> lo sfidai. Sfidare il figlio di Dio, un azzardo. L’ultima volta che qualcuno ha provato a sfidare il Padre è finito male. Una caduta rovinosa, dalle stelle alle stalle. Dal canto degli angeli al sibilare di un serpente, volete mettere?
<< Tu stai cercando Lei. La bellezza fuggevole, il fuggevole chiarore dei suoi occhi.>>
<< Touchè.>> Tacqui, non sapendo cosa dire. Ed era un amore che stava nascendo. Non avevo neppure io le idee ben chiare, forse perchè la sera che la conobbi la mia mente era offuscata da una nebbia alcolica o forse perchè, quando s’incontra la Bellezza, non ce ne rimane che un vago ricordo, un
sentimento indefinito di purezza, una nostalgia di luce. Ricordavo solo quegli occhi chiari. Quei larghi occhi chiari.
Non ho mai saputo chi abbia detto che gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Certamente non un dentista. Probabilmente è stato un ottico, perchè il dentista è poco oculato. Lui riesce a guardare solo in bocca e la bocca è una cavità buia e umida, piena di germi e impurità. E’ la caverna di Platone, dove le ombre e le voci sono ingannevoli. L’ottico, invece, ci aveva visto giusto. Gli occhi sono lo specchio dell’anima. Uno specchio a volte opaco e sporco, a volte splendido splendente. Molto affascinante.
Ci sono occhi di tutti i tipi: occhi di falco e occhi di gatto, occhi da triglia e occhi iniettati di sangue come quelli di un toro. Gli occhi rivelano la parte nascosta dell’uomo, la sua parte animale e la sua anima
più profonda, mentre i denti rivelano solo la facciata. I denti sono costruzione, ricostruzione e otturazione. I denti possono essere bianchi o gialli. Se cariati, neri. I denti non hanno sfumature, i denti hanno colori netti, ben definiti, sono il corrispondente fisico di quella perversione filosofica che è l’aut aut. I denti ti obbligano: o mastichi o sputi; o parli o stai zitto. Gli occhi, invece, ti concedono libertà, sono il regno della possibilità. Sono più ambigui e misteriosi: rivelano e poi subito nascondono, avanzano d’un passo e poi si ritraggono; hanno colori che sfumano l’uno nell’altro, colori che si riflettono, mutando alla luce del sole. I denti sono a stretto contatto con la materia, ruminano e masticano.
I denti si sporcano e perdono smalto. Gli occhi invece, sono puri, incontaminati, anche quando parlano di crimini osceni. Un battito di ciglia sembra il battito d’ali d’una falena, un battito di luce e leggerezza.
Detto fuori dai denti, se non si era ancora capito, io preferisco gli occhi.
<< Stai cercando gli occhi d’un angelo… >> aggiunse << Occhi d’angelo e il corpo di una ninfa… >>
<< Sincretismo religioso? >> sorrisi, cercando di sviare il discorso.
<< Non temporeggiare, sai bene di chi sto parlando. >>
Forse aveva ragione. Stavo temporeggiando, io ho sempre amato temporeggiare, allungare a dismisura gli attimi fino a far diventare un minuto un’ora e un’ora un giorno. Chi ha tempo cerchi tempo, lo allunghi con dell’acqua, così non si ubriacherà subito. Io cercavo tempo, ma soprattuto cercavo di porre rimedio all’Assenza. Un mostro d’altri tempi, assenza ha assonanze con assenzio, assenza parla d’altro, ma questo “altro” molto spesso è un qualcosa di sconosciuto, un nome innominabile, una definizione che fa a pugni con se stessa, perchè non può definire nulla se non un desiderio. Desiderio di felicità. E la felicità
è femmina. Quindi cercavo una donna. O forse no, cercavo semplicemente un farmaco contro la noia. Avrei provato l’assenzio, ma era introvabile anche lui, fuggito chissà dove con le sue fate verdi. L’assenza dell’assenzio.
Vedete, tutto torna. Quindi, secondo logica, avrei dovuto aspettare. Ma io non ho mai seguito il filo logico e in logica matematica avevo due. Sempre due. Due fisso in schedina. Non ho mai seguito il filo logico, non ho mai avuto bisogno di alcun filo, come quando a Creta mi ero perso ed ho cercato di uscire dal labirinto del minotauro senza fare il filo ad Arianna. Ci sono riuscito. Ci sarei riuscito anche questa volta.

Dio vagabondo.
Ho le tasche piene di soldi, ma i soldi non fanno la felicità. La felicità è donna: vuole essere corteggiata, è un po’ civettuola. Ammicca a tutti, ma si concede a pochi.
La felicità è donna, è sorella della fortuna e la fortuna, si sa, è cieca.
Quindi si può concludere che la felicità è miope. O quantomeno sorda. Non ascolta i tuoi richiami e le tue invocazioni, ti guarda altezzosa dalla sua altezza d’un metro e ottanta e dalla sua lontananza siderale, ma non è altera. Non ha tradizioni di nobiltà o aristocrazia, lei arriva improvvisa, è consorte di un parvenu, è la sorte che sposa un uomo grasso e volgare e lo
rende un borghese arricchito. Arriva così, d’un tratto, e ti seduce mentre sei distratto, ti si presenta vestita di gioielli ed ori. Labbra di corallo e occhi di perla, nascosti dietro a un paio di occhiali a specchio. Firmati Gucci. Sono occhiali magici, occhiali che conoscono stregonerie che nessuna inquisizione potrà bruciare, perchè riflettono la tua anima, ma migliorandola, truccandola e falsificandola, o forse rendendola più vera.
D’altra parte anche la verità è donna: basta un make-up e diventa più seducente ed affascinante. In questo siamo tutti visagisti, cerchiamo tutti di truccare la verità o di truccare le carte in un poker con la vita, che bara anche lei, certo. Bara di mogano o di larice, soprattuto quando è a colloquio con la morte.
Usiamo trucchi da Tony Binarelli, da mago infelice di periferia, costretto a prostituirsi sopra un palco per pochi euro alla serata, con un pubblico di quattro guardoni alcolizzati. Usiamo trucchi firmati Sebastian o Dior, il verde Versace di Jennifer Lopez, trucchi di classe e classici trucchi per ringiovanire vecchie galline bollite oppure per rendere eterna la bellezza di un giorno. Trucchi e eye-liner, linee guida per muoversi lungo le strade della vita e della verità. Sono strade che possono portare alla meta, che si chiami felicità o successo, amplesso o ricchezza, ma possono portare anche alla rovina.
Tutte le strade, dicono, portano a Roma, capitale d’Italia e ombelico del mondo. Cattolico, s’intende. Che poi non è vero che tutte le strade portino a Roma. Semplicemente, tutte le strade portano ovunque. Prendi la strada per le Indie e a rotta di collo scopri l’America; caschi da cavallo sulla via di Damasco, ci ripensi e ti trovi dritto dritto a Roma, zona residenziale Vaticano, nell’album dei santi. Un album senza trucchi nè inganni, un qualcosa che ha del miracoloso.
Ci sono vie, però, che muoiono subito: sono i vicoli ciechi; un sospiro, un respiro ed ecco la cospirazione del monopoli. Ti trovi in un vicolo cieco.
Senza felicità nè fortuna, perchè, anche se cieche e sorde, mica sono sceme, loro. E, nel fondo del vicolo, ci trovi sempre una barriera architettonica contro cui sbatte l’intero vicolo. E tu, di conseguenza.
Io ero lì, in un vicolo cieco, sordo ai richiami della vita, ma non muto di fronte alle sue ingiustizie. Urlavo e bestemmiavo, perchè anche se sono agnostico simpatizzante ateo, con qualcuno dovevo pur prendermela. E chi è più perfetto di Dio? Comunque ero lì, in un vicolo, a raccogliere i cocci d’un’esistenza andata in rovina troppo presto, frugando tra i detriti alla ricerca, almeno, del portafogli. Ero tra le immondizie e hai voglia a dire, pecunia non olet…
Cercavo, come zio Paperone nel Klondike, ma altrochè giacimenti o filoni d’oro. Macchè. Nulla. Neppure una donna a cui fare il filo. Cercavo alla luce di un lampione spento, alla luce di un accendino che esalava il suo ultimo fiato di gas. Alla luce della luna. La luna è donna: adora farsi guardare. Ed io alzai gli occhi al cielo. Un raggio d’argento mi baciò le
labbra. Non era oro, d’accordo, ma sempre meglio di niente. Piuttosto che niente è meglio piuttosto. Come dicono a Parma. >>
<< La risposta è dentro di te. >>
<< Eh??! >> Lo guardai stupito, non tanto per la frase sconclusionata, senza capo nè cosa, quanto per il vestito. Era un tale con la barba lunga e una veste bianca, con il petto tempestato di medaglie. Fumava un sigaro. Fidel Castro o Gesù.
<< Vinceremos, adelante! >> azzardai << Compagno Fidel… >>
<< No, sono Gesù >> rispose.
<< Cazzo! E’ che il sigaro… >> provai a giustificarmi.
<< Non preoccuparti, tanto ormai ci sono abituato. Ma se te la devo dire
tutta, questa storia a me mi fa anche girare un po’ i maroni… è per questo
che ho trasformato Cuba in un inferno. >>
<< Il potere del proletariato contro l’onnipotenza divina… >> buttai lì,
come un pescatore che getta la sua rete, sperando in una pesca miracolosa.
Non sapevo proprio che pesci pigliare.
Gesù, che sull’argomento era ferrato, sorrise. Sorrise e una luce accecante s’irradiò per un attimo nel vicolo cieco. Approfittai dell’occasione e raccolsi il portafogli. Almeno quello l’avevo trovato. Controllai se c’era tutto: patente, carte di credito. Crediti mai riscossi. La carta d’identità.
Quella ormai non mi serviva più, in crisi nera com’ero. A proposito, chi ero? E cos’era il mondo? Io, ateo agnostico e blasfemo, avevo incontrato il Messia. Fosse stato il papa, ancora ancora, ma era proprio lui, il Messia.
Cristo, che incontro! Stavo per farmi prendere dal panico, quando mi rassicurò un pensiero: Gesù mi sembrava famigliare, aveva l’aria del fratello maggiore che non ti vuole picchiare, ma ti dà preziosi consigli.
D’altronde, siamo tutti figli di Dio.
Mentre queste e mille altre idee mi ruzzolavano per la mente, Gesù mi propose di andare a bere una birra.
<< Si parla meglio, con una Corona >> disse ammiccando. Detto da uno che aveva portato una corona di spine nelle sue ultime ore di vita era tutto dire. Non c’erano più dubbi, aveva il senso della frase. Lo dice anche San Giovanni evangelista, che di queste cose ne sa. In principio era il Verbo e il Verbo stava presso Dio e il Verbo era Dio. Per proprietà transitiva, il
senso della frase al Figlio.