Archivio per novembre, 2012

<< Sara, svegliati. E’ Sirano al telefono… >>
Erano le sette di mattina, ma non doveva andare a scuola. Sara la scuola l’aveva finita da un pezzo. Io invece stavo per andare a dormire, ma prima avevo deciso di chiamarla. Volevo chiamarla per chiederle di vederci, per raccontarle dell’assenzio e di quei due larghi occhi chiari.

Apro parentesi: (. Io sono l’autore di questo romanzo d’appendice: lo so che vi state chiedendo chi cazzo sia questa Sara – forse vi chiedete anche chi sia Sirano e questo sarebbe più grave – e so anche che il romanzo, l’intero romanzo che doveva essere intero, vi sta arrivando a pezzi e a brandelli. Ma non è colpa mia se il mio editore è un fallito alcolizzato che ha deciso di farlo a fette. Quanto a me, beh, io l’avevo bruciato ancora prima d’iniziarlo. Ve l’ho detto, sono un piromane e poi ho come modello Kafka. Comunque, faccio il punto: . E’ gratis. Bevete alla mia salute e alla mia salvezza. Un breve riassunto, un sunto: il protagonista si chiama Sirano ed è un simpatico lazzarone amico di Lazzaro Santandrea. Nonostante Pinketts. Si spaccia per poeta maledetto senza aver mai scritto una riga e sostiene che il più grande poeta mai esistito sia uno che ha scritto un solo verso e poi per pigrizia non è più andato avanti. O meglio, per pigrizia e perchè aveva di meglio da fare: mantenersi vivo e ubriacarsi. Sirano comunque è un cavaliere errante del nuovo millennio sulle orme dell’assenzio perduto e di due larghi occhi chiari, un’anima senza macchia e senza macchina, perchè gli hanno ritirato la patente. Un Indiana Jones un po’ più bello e simpatico, insomma. Quanto a me, ho l’ambizione di rinverdire il secco filone del romanzo epico con un po’ di prezzemolo post moderno: sono il nuovo Miguel de Cervantes, sperando per il mio protagonista che quei due larghi occhi chiari non siano di un’altra Dulcinea. Che poi non hanno neppure un nome, quegli occhi. Il loro nome sarà legioni, saranno tutti i nomi della storia. Onorando Nietzsche. )

<< Ma ti sembra l’ora?!! >> gridò nel telefono Sara.
<< A Santiago del Cile sono le tre di mattina. Poteva andarti peggio… >>.
Sorrise, anche se non la potevo vedere capii che stava sorridendo.
<< Sei sempre il solito, tu. Comunque: come stai? >>
<< Sopravvivo alla vita e aspetto Godot, con il fegato a Pinot… >>
<< Che detto per noi comuni mortali? >> ironizzò. Ironizzava sempre, è per questo che l’avevo amata e che avrei voluto sposarla. Poi tutto era finito, tutto s’era rotto e la parola che ci univa, amore, fu decapitata. Il boia aveva mollato la sua ascia sulla nostra storia e amore perse la a e divenne more: l’amore more, muore e non c’è più nulla da fare. Ma l’amore è un’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri, l’amore sconfigge la morte e gironzola per il mondo alla ricerca di un nuovo inizio, di una nuova lettera d’amore: trova una nuova a e ricomincia, ubriaco di se stesso e di felicità. Per quel che mi riguardava ero ubriaco d’amore e di pinot.
<< Sono innamorato. >>
<< Come Petrarca con quella Francesca? >>
<< Quella era Laura. >>
<< D’accordo, e com’è questa? >>
<< E’ bella, di una bellezza che non ha confini: è un mare di luce che ti si alza davanti e ti rimescola il cuore: ti affascina con un solo sorriso e sei cotto. >>
<< Addirittura! Sentilo, il poeta qua… però spero per lei che non sia come per le altre poverette… >> chiosò cinica. Era anche cinica; ironica e cinica: ossia sarcastica. E’ per questo l’avevo amata. E’ per questo che la detestavo. Era troppo simile a me.
<< Durerà, durerà. Credimi, Sara. Sulla parola… >> la rimbeccai. D’altra parte lo speravo che durasse. Non era ancora iniziato nulla, d’accordo, ma intanto speravo. Speravo: perchè era diversa. Tanto per usare una frase fatta. Concedetemelo: il senso della frase è impotente di fronte alla Bellezza.
Speravo e mentre quel sogno si figurava nella mia mente, mentre pronunciavo quelle ultime sillabe, uno scialle di malinconia mi cadde sulle spalle avvolgendomi tutto: mi parve di vedere dalla finestra un’ombra color del vino, un’ombra sfuggente che mi sorrideva ripetendo “no”, ripetendo “forse”. Rimasi in silenzio senza più voglia di parlare.
<< Cos’hai? >> percepii a stento la voce di Sara che si sembrava lontana, che faticava a uscire dalla cornetta.
<< Nulla, solo un po’ di malinconia. Sempre meglio della malinconoia. Masini docet. >> mi sforzai di dire.

<< Il tuo solito spleen, vero, signor poeta bohemien?! >> commentò.
<< No, perchè lo spleen è una cosa diversa dalla malinconia. Lo spleen è la presenza dell’assenza, mentre la malinconia è l’assenza di una presenza che vorresti lì con te, convieni? >>
<< Quindi? >>
<< Quindi adesso è il momento della malinconia… e forse anche il momento di buttarmi a letto… >>
<< Forse è meglio, così potrò tornare un po’ a dormire anch’io, non trovi? >>
<< Già, un bacio allora. Ci sentiamo. >>
<< Bacio. E buona fortuna con la Bellezza. >>
<< Grazie. Staremo a vedere: siamo nelle mani di Dio. E sotto il tallone di Achille… A presto tesoro… >>
Andai a domire e sognai.
Sognai un sogno assurdo e illogico, che non aveva nessun legame con la mia situazione; un sogno sciolto come un cavallo imbizzarrito, un sogno bizzarro come un cavallo a tre teste.
Sognai “il sistema” e la luce d’acciaio che da quel sistema nasce, un lampo bianco di polvere accecante, nella quale il tempo galeggia come un fiume caldo e viscoso; sognai eroine ed amazzoni extraterrestri; sognai un bambino biondo e dolce che parlava in un registratore che faceva l’effetto eco; sognai un fiore dal profumo così potente e inebriante che chiunque lo respiri cade in un sonno profondo di felicità ed altrove, dove non esistono confini nè materia, dove tutto è lusso e calma e voluttà. Sognai Boda e Kurt. Sognai un fucile Remington calibro venti puntato alla testa. Numero di serie 1088925. Sognai una data. Trenta marzo millenovecentonovantaquattro. Anno domini, si diceva un tempo.
Sognai tutto questo, per ore, quante ore non so, so solo che quando riaprii gli occhi mi accorsi che nell’aria risuonava come un’eco sommessa la musica dei Nivana.
Un brivido mi ghiacciò la schiena e girandomi di scatto m’accorsi che la porta si stava socchiudendo.
E una figura, una visione mi si parò davanti. Come un Golem di luce.

(fine del capitolo. il capitolo in questione era un gran figlio di buona donna: s’è deciso a finire così, lasciandovi a cuocere nel fuoco lento della curiosità: come un pollo allo spiedo. come un golem di luce alla mensa degli angeli.)

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Altro che “birretta”.
L’Oktoberfest al confronto sembrava una sagra paesana, una festa tra neoadolescenti che iniziano a scoprire il loro corpo e il piacevole uso alternativo che si può fare dell’esofago. Storie di riti di passaggio e di canali, in cui, di rito, passava solo il cibo e l’acqua minerale, che si riscoprono solleticati da bevande alcoliche. Quanto a noi eravamo ormai degli habitué. Abbonati alle casse di birra e ai colli di bottiglia, ai bicchieri pieni di vino che si svuotavano in un lampo e ai lampi di euforia etilica che brillavano nelle nostre pupille. Gli altri discendevano dall’uomo della caverne, noi dall’uomo delle taverne: un animale socievole, che faceva amicizia facilmente. Soprattutto se gli offrivi un grappino.
Quella sera eravamo in quattro: i quattro dell’Ave Maria convertitisi in un baccanale al culto di Dioniso, i quattro cavalieri dell’Apocalisse sempre pronti al bicchiere della staffa (purchè non fosse l’ultimo), i quattro samurai che nel gioco di specchi delle bottiglie e nel brio dell’ebbrezza diventavano, giusti giusti, sette. I conti tornano, come vedete. Anche senza l’oste. Eravamo in quattro.
Gianmaria, e ve l’ho già presentato.
Poi c’era Gianni Giannini, studente di filosofia, seguace della scuola tautologica e del celeberrimo Brachamutanda. I suoi principi erano: l’Essere è l’Essere, la Vita è la Vita, l’Amore è l’Amore, il Nulla Nulleggia, Chi la fa la fa, Quello che piace piace e la Figa è la Figa.
Suo compagno di corso ed eterno rivale era Filippo Marsetti, autore di un pamphlet di millecinquecentoventisette pagine contro Kant in cui sosteneva che il filosofo di Koenigsberg aveva preso una cantonata pazzesca sull’universo e che, soprattutto, quand’era il momento di pagare la cena al ristorante, finiva sempre per assentarsi con una scusa qualsiasi.
Considerato da molti filosofi e anche da qualche lettore un emerito demente, il nostro amico Filippo, conosceva a perfezione il francese, ma non il tedesco: questo fatto non gli ha mai permesso di leggere in lingua Kant, che ha molto spesso confuso con Hegel e Feuerbach. Però voi non diteglielo, non se n’è mai reso conto: pensa di essere un genio.
Infine c’era Gino, cosmogonologo ed alcolizzato cronico. Ventisette anni vissuti a cavallo di un Honda ( era un motociclista ), con il vento sulla crapa pelata ( era calvo ) e più guai che altro a fare da sfondo ( era un casinista nato ). Erano simpatici, immaturi, allegri: amici che non ti avrebbero mai abbandonato se avessero trovato un tesoro, ma lo avrebbero condiviso con te, convertendo i dobloni d’oro in bottiglie di Chianti e di birra messicana. Un investimento a fondo perduto, insomma, ma sai che serate avremmo passato. Erano gioviali e incorreggibili, uomini un po’ bambini che
di corretto ammettevano solo il caffè. Uomini al di fuori dalla normalità, uomini un po’ sopra e un po’ sotto la media, che di medio ammettevano solo la birra.

<< Io non la sopporto più… >> disse Filippo, reggendo il boccale e fissando il bianco della schiuma della sua rossa.
<< Chi? La Stefania? >> chiese Gian per tutti. Uno per tutti, tutti per uno: funzionava così. Chi domanda, chi risponde e gli altri che ascoltano, un po’ pensando ai cazzi propri e un po’ sinceramente interessati.
<< Certo… E’ pesante, pesante, pesante… non la sopporto più. >> si sfogò. Si sfogava sempre, ogni sera che usciva con noi, cercando di affogare i suoi dubbi nell’alcol, ma i dubbi sono vacui, non hanno corpo nè consistenza. I dubbi sono liquidi e nell’alcol galleggiano.
<< Le donne; le donne sono sempre le donne >> commentò Gianni, con la profondità tautologica che lo contraddistingueva sempre. Non so come spiegarlo, ma le banalità, quelle banalità che pronunciava, s’illuminavano, uscendo dalle sue labbra, di una nuova luce e non sembravano più ovvietà miserevoli, bensì perle di una saggezza tramandata nei secoli in circoli segreti ed esoterici. Non sempre, ovvio: alle volte suonavano per quello che erano: delle cazzate.
<< Gianni, ti sbagli, le donne sono le donne e d’accordo, ma sono anche
delle grandi puttane. >> rispose Filippo.
<< Marsetti, non puoi avere una visione così negativa delle donne. Non puoi
considerarle tutte puttane.>> lo interruppe il Gian, moraleggiando tra una
pinta e una spinta.
<< Guarda che mi hai frainteso >> replicò un po’ risentito Fili << E’ l’unica cosa che apprezzo in loro. Grandi troie, per fortuna. >>
<< Secondo me, invece, siamo noi ad essere delle troie. Ci facciamo pagare
in natura in cambio di qualche bugia. Io senza donne non potrei vivere. Loro
sono per me quello che l’assenzio è stato per i poeti maledetti. >> concluse
il Gian.
<< Veramente, Verlaine e Rimbaud erano culi >> lo corresse Filippo, che
ormai ne aveva fatto una questione d’onore e, quando ci si metteva, questionava su tutto, spaccando in dieci il capello e un poco pure le balle.
<< Non è forse vero, Sirano? Tu che te ne intendi di letteratura… >> cercò di coinvolgermi.
<< Sì, per quello è vero, ma non capisco che cazzo c’entri… E poi a parte
questo se proprio vuoi rompere la minchia, almeno fallo bene. Per la precisione Verlaine era bisessuale. >> risposi, non aggiungendo altro. Stavo pensando al mio assenzio, non a quello dei poeti maledetti e sinceramente poco m’importava di cosa facessero tra loro Verlaine e Rimbaud. Pensavo al mio assenzio assente e a quel sorriso innocente. Quei due larghi occhi chiari.
C’è chi si fa monaco e chi buddista, io quella sera mi ero fatto triste. Non avevo voglia di parlare, non era serata, non ero dell’umore giusto.
Semplicemente, non ero. Immerso e perso nell’assenza, nella noia che involve ogni cosa. Il male di vivere ti porta a vivere male, annulla ogni cosa: lo spleen è una morte prematura, una morte in vita, in vitreo, una morte che ti lascia cosciente del nulla che nulleggia ( Brachamutanda tra tante cose ne aveva detta una mica male… ).
Ripensavo: al mio passato, a quello che è stato e mai più sarà, a Sara e al tempo in cui stavamo assieme, al futuro e ai futures che avevo investito a Wall Street ( business is businnes, avrebbe detto Gianni ). Non so perchè mi venne in mente Sara; era trascorso tanto tempo, troppo tempo, chissà dov’era. Chissà che cosa faceva. Le volevo ancora bene e mi giurai che l’avrei chiamata. Per salutarla, per parlarle di quegli occhi chiari e di quel sorriso che mi aveva incantato.

fine del capitolo ( il capitolo è finito così, all’improvviso, come finisce una storia. la fine è la fine, scriverebbe Gianni, ma io sono un altro. e la fine, vi dico, è un nuovo inizio. alla prossima. )

<< Jacqueline, Jacqueline, versami del gin. >>
Jacqueline era una mia ex. Jacqueline era ex. Tout court. Ex di tutto. E anche di tutti. Aveva fatto ogni cosa e si era fatta chiunque: ex modella di Gucci, ex fidanzata ufficiosa di Max Biaggi, ex comparsa di Vivere, ex miss Gambe lunghe a Salsomaggiore, ex universitaria alla Iulm di Milano, ex amante di Briatore (che schifo!) ed ex miss Naso lungo – Premio pinocchio d’oro. Per tutte le bugie che mi aveva raccontato. Le bugie sono sempre regali (e lei era molto generosa), la verità, invece, si paga tutta (e lei pagò, in lacrime contanti, quando venni a sapere di tutte le sue balle).
Jacqueline, adesso, lavorava in un bar. Era stata l’amore di una stagione dimenticata, passata di moda, come un abito che poi abbandoni in un armadio, scordandoti quasi che esista ancora. Era stata una moda passeggera, durata il tempo di una luna. Ventotto giorni, però senza miele nè zucchero. Una di
quelle storie che lasciano l’amaro in bocca.
<< Bevi per dimenticare? >> mi apostrofò. << Chi è la sfortunata? >>
<< E’ inutile che scherzi tanto. Pensa agli affarracci tuoi. E a quel coglione del tuo nuovo fidanzato. >> Il nostro rapporto era sempre stato così: insulti e carezze, litigi furibondi e riappacificazioni tra le lenzuola. E comunque il suo nuovo fidanzato era davvero un coglione.
<< Irascibile, il signore, oggi. Cos’è? Sceso dal letto col piede sbagliato? >>
Non le risposi e mi addentrai nella selva oscura dei miei pensieri, con quei due larghi occhi chiari a farmi da luce. Ripensavo alle parole di Fortini, al mio senso di colpa, ma soprattutto alle sue parole, alla sua ultima frase.
<< Nasciamo incendiari e moriamo pompieri. >>. L’aveva detto con un tono rassegnato, come chi sta rassegnando le dimissioni dalla Storia degli uomini, come chi vuole scendere dalla giostra e non può. Era questa la sua punizione? Non poter lasciare questo mondo neppure da morto? Questo il contrappasso? Nasciamo incendiari; moriamo pompieri. Per me era vero il contrario. Ero il contrappeso di Fortini.
Io da piccolo volevo fare il pompiere, poi crescendo ho iniziato a sentire un’attrazione irresistibile, un’attrazione bruciante per il fuoco. Sono diventato, alla fine, un piromane: piromane di sentimenti e passioni che ardevano come roveti biblici; piromane di boschi, dove campeggiavano le gigantografie sorridenti del nostro Ubu Roi e boy scout cattodeficienti.
Piromane senza polvere pirica, disarmato di fronte all’incendio doloroso di una vita che bruciava tutto: la sterpaglia secca dei ricordi, il grano nei campi e nelle tasche, le foreste di simboli e un Natale dietro l’altro, con i suoi boschi di abeti. Un piromane che s’infiamma per un non nulla, ma che poi viene a chiederti scusa, con il capo cosparso di cenere.
Un piromane: bruciato da troppi errori. E se errare è umano, perseverare è diabolico. Le fiamme dell’inferno, quindi, mi avrebbero accolto post mortem.
Una degna fine, il mio contrappasso: canto quinto, girone dei lussuriosi.
Senza neppure una Francesca con cui condividere l’eternità di quella pena.
Almeno così temevo. Ammesso e non concesso che qualche Francesca ci sia davvero all’inferno. Dante, del resto, era il sommo ballista.
E se lo era lui, perchè non poteva esserlo anche Shakespeare? Un altro che, sospettavo, doveva aver raccontato un mucchio di cazzate. Prendiamo Amleto. Amleto aveva torto marcio. Come il regno di Danimarca.

Il problema non era essere o non essere. Il problema era essere o malessere. Sembra facile scegliere: è evidente. E l’evidenza abbaglia, quando non salta agli occhi. Tutto semplice: apparentemente. L’evidenza, certo, ti arriva dritta in faccia, ma non ti dicono come: a me era arrivata con un dritto, un pugno da
peso massimo. Mi era saltata agli occhi, vero, ma facendomi un occhi nero e, non contenta, mi aveva colpito poi con un destro – sinistro allo stomaco. Il malessere era evidente: un malessere da gin, per la precisione.
Evidentemente avevo esagerato.
Corsi in bagno a vomitare: stavo male, ma non era quel malessere a preoccuparmi. Quello era dovuto a una legge di causa – effetto, una legge di fisica quantistica per fisici alcolizzati: quanto più alcol un corpo assume, tanto più ne dovrà poi espellere. Una legge, a ben vedere, anche calcistica, regolata da quell’arbitro inflessibile che si chiama fegato. Il malessere che più mi angosciava era, in realtà, quello dell’essere.
Essere e malessere sono opposti, ma contigui; speculari, ma differenti; rivali, ma solidali. Non puoi risolvere il dilemma, perchè non si escludono in modo chiaro: partecipano alla stessa società, sono soci in affari e per questo si amano, pur detestandosi: parenti serpenti, fratelli coltelli. Cugini, cucchiaini. (Fa schifo anche a me, cosa credete. Se l’ho messa è solo per fare un favore a un mio amico che voleva comparire in qualche modo in questo romanzo strampalato. Contento lui.) Dicevo, comunque, del
malessere.
Il malessere dell’essere: quando si è felici si dice che non c’è (verbo essere, indicativo presente) il malessere; quando si è depressi si dice “ho lo spleen”. Che in inglese vuol dire milza. Pensavo volesse dire fegato, ma ho appena controllato sul vocabolario. Vedete, nulla torna e tutto passa.
Come il malessere, dal fegato alla milza.
Il mio spleen aveva un nome (assenza dell’assenzio) e due larghi occhi chiari. Verdi, azzurri, grigi: in lei cambiavano sempre, l’unica costante era il sorriso. Un sorriso innocente e stupendo, un sorriso che nasceva dalle sue labbra come rami di perle dall’oceano. Un sorriso, il mio regno per quel sorriso. Un sorriso, su quel sorriso non tramonterà mai il sole.
Non ero nè Carlo V nè Riccardo III , ma Sirano Ataumasa. Un nome del cazzo d’accordo, ma, a differenza di loro, avevo il senso della frase. Ed ero anche un gran figo.

Chi ha tempo non cerchi tempo. Per una volta ero d’accordo. Volevo mettermi alla ricerca non del tempo perduto (quel compito spettava a Proust), ma dell’assenzio scomparso e di quei larghi occhi chiari. Avrei trovato così anche la loro legittima proprietaria.
Chiesi il conto e non pagai. Le lasciai un nichel di mancia, però. Avevo già pagato troppo la nostra relazione: ventotto giorni, un mese d’affitto salato, luce, super alcolici e regali inclusi. Un posto letto in cui avevano dormito in troppi per i miei gusti.
Passeggiavo per la strada, quando una donna alta, sottile, maestà di dolore chiamò a sè il mio sguardo. Fu un lampo… poi la notte! Notte eterna e il rumore disperato di una frenata tardiva. Troppo tardiva.
<< Tutti dobbiamo morire. Ricordalo. Oggi a lei, domani a te. >> cornacchiò un gufo vestito di stracci, un mendicante seduto sul marciapiede. Mi toccai, maledendo lui e tuti i profeti di sventura. E toccandomi sentii che in una tasca mi vibrava il cellulare.
<< Ciao, eh! Ti ho cercato tutta notte ieri… ma dove cazzo eri finito? >>
Era Gianmaria, il mio migliore amico.
<< Scusami, ma ero in miniera a lavorare con i sette nani e là sotto non c’era proprio campo! >>
<< Vabbè, raccontala a un altro. E’ da un po’ che non ci si vede, come va?
Che dici, stasera hai da fare? Ci vediamo per una birretta? >>
<< Io ho sempre da fare, ma per una “birretta” con te posso rinviare ogni impegno. Si fa per le dieci a casa tua? >>
<< Perfetto. A dopo allora >>
Niente da fare. Neppure quel giorno avrei concluso qualcosa. Del resto quel giorno si stava già concludendo di sua volontà e io decisi di assecondarlo, aiutandolo a finire in bellezza. Per questo avevo accettato l’invito del Gian: saremmo state due bellezze al bagno nella birra. Mi ripromisi, però,
che l’indomani sarei partito, lancia in resta e testa sulle spalle, alla ricerca dell’assenzio e di quel sorriso di corallo.
Non potevo più aspettare. Punto.
A capo.
O meglio, potevo ancora aspettare: ma solo il tempo di una “birretta”.

(fine del capitolo. il capitolo non voleva saperne di finire, così ho dovuto convincerlo con le cattive. l’ho freddato con un colpo di lupara. lupara bianca e inchiostro color sangue.)

<< Secondo te, io piaccio alle ragazze? >> m’interpellò Tommaso, con lo  sguardo che doveva avere avuto Edipo davanti alla Pizia.
<< Beh, non saprei. Io delle donne non c’ho mai capito granchè… >>
<< Ma come! Io so che tu, come dire, hai avuto molte avventure… >>
<< Già, è vero, ma non ci ho mai capito nulla, io, delle donne, nonostante  ne abbia avute tante. O forse proprio per questo, perchè ne ho avute  troppe… ma senti, c’è qualcuna in particolare che ti piace? >>
<< Beh sì… >> arrossì. Sembrava un’aragosta, rosso di vergogna e bollito  dalla sua cotta.
<< E chi sarebbe? >> gli strizzai l’occhio versandogli da bere. Un po’ di  cameratismo maschile non gli avrebbe fatto di certo male.
<< Una che vive nel mio palazzo. Quando dobbiamo prendere l’ascensore  insieme, mi guarda e poi scappa su di corsa per le scale.>>
<< E tu? >>
<< E io, io la inseguo. Voglio sempre vedere se corre più veloce di me coi  tacchi. Io una volta ero molto veloce. In Palestina, ai giochi della  gioventù romani ho vinto una gara di velocità. >>
<< Coi tacchi? >> ironizzai.
<< No, no, senza. >>. Non aveva colto l’ironia.
<< Beh, nella corsa su per le scale >> mi destreggiai tra le parole e i gradini << non conta tanto la velocità. Conta più che altro dove appoggi i  tacchi. >>
<< E’ vero. Infatti io per sicurezza mi tolgo sempre le scarpe e anche i  calzini e corro scalzo. >>
<< E le scarpe, scusa, dopo, le lasci lì? >> m’introdussi tra le sue frasi,  più incuriosito che altro.
<< No. Scendo con l’ascensore e le riprendo. >>
<< Ah… >>
<< Secondo te, le piaccio? >> deviò.
<< Beh. Bisogna vedere… >> temporeggiai.
<< E’ vero. Forse magari pensa che mi puzzino i piedi. >>
<< Beh. E’ un’ipotesi da non scartare, ma io non mi preoccuperei poi troppo  della puzza ai piedi… Come dire, non sarebbe il caso di cambiare approccio? >>
<< Dici? E tu cosa mi consiglieresti? >>
<< Parlale con i fiori. Compra un mazzo di quattrocento rose – rose nere,  però, quelle rosse sono banali – e fatti impacchettare dentro. Fai  recapitare il mazzo e quando sei in casa sua recitale da dentro al mazzo una  poesia d’amore. >>
<< Dici che funziona? >> chiese speranzoso.
<< Non saprei. >>. Si rabbuiò. << Ma c’è una speranza >>. Tornò a sorridere.
<< E’ una roulette russa. O nero o rosso. >>
<< Cioè? >>
<< O ti strappa dai fiori e ti bacia o ti strappa dai fiori e ti butta fuori  dalla porta. >>
<< E i fiori? >>
<< Non so, ma penso che se li tenga. >>
<< In ogni caso? Però, la signorina… >>
<< Che vuoi farci. Ognuno ha i suoi difetti. >> Un attimo di silenzio. <<  Tommaso, una curiosità: ma la gara chi la vince? >>
<< Lei. Sempre lei. Ed entrando in casa mi fa pure le boccacce. >>
Chiesi il conto e mi alzai.

<< Vado al loro tavolo, un attimo >> dissi indicando Fortini e Loi, che  stavano ancora parlottando sottovoce sopra la carbonara (che fa schifo),  come due cospiratori di lettere, come due carbonari della poesia. Fortini  stava lanciando una filippica, assieme ad una forchetta, contro il  malcostume del popolo Italiano.
<< I valori, i valori. Dove sono i Valori oggi? >>
<< Evidentemente non valgono poi più così tanto… >> m’intromisi, ospite non invitato. Non è che la battuta mi fosse venuta fuori poi bene, infatti Fortini mi guardò torvo, nero come un corvo. Proseguì.
<< Sai dove stanno? Sono caduti, ecco dove sono, stanno nella merda, ecco dove stanno! >> berciò all’indirizzo di Loi, senza mezzi termini o giri di parole. Del resto, era sempre stato un uomo schietto. Franco.
<< Mi scusi se m’intrometto ancora, ma a me il suo discorso fa sorridere. Detto francamente, mi pare una cazzata. >>
Loi mi guardò e sorrise: penso che anche lui ne avesse le palle piene.
Fortini, invece, non sorrise: aggrottò le ciglia, digrignò gli occhi: avrebbe voluto fulminarmi con lo sguardo, se le sue pupille ne fossero state ancora capaci, ma ormai non erano che due fondi di bottiglia, sporchi di un vino diventato aceto. Mi fece quasi pena e fu in quel quasi che nascosi, vigliaccamente, tutto il mio senso di colpa e continuai.
<< Lei parla di valori, di valori che sono caduti e ciò presuppone, di conseguenza, che un tempo questi valori fossero in alto. E quando sarebbe stato, questo tempo delle mele dorate? E in alto dove, poi? Per me i valori sono sempre nello stesso posto: basso o alto che sia. Smettiamola con questa storia del bel tempo andato, della caduta dei valori e del naufragio della società nel consumismo. Sono storielle ad uso e consumo di chi le racconta. E basta. >>. Rifiatai. Fortini taceva, Loi sorrise. A me Loi stava anche simpatico, era Fortini che proprio non riuscivo a digerire: era un macigno insormontabile, uno scoglio fermo e ieratico, mentre io sembravo più un oceano alla deriva. Alla deriva da se stesso, che, per un oceano, è tutto dire. Fortini era tutto quello che, forse, avrei potuto essere io, se non avessi preso altre strade, se solo, anzichè farmi trasportare dall’insostenibile leggerezza dell’essere, mi fossi fermato alla pesantezza dell’esserci. Forse per questo lo detestavo, perchè in lui riconoscevo una
parte di me; e io non mi sono mai trovato molto simpatico.
Il cameriere arrivò con il conto. Provvidenziale. Pagammo e ce ne andammo.
Senza dire una parola, in un silenzio in cui si sentiva anche troppo forte il grido del mio senso di colpa. Non che mi fossi pentito di ciò che avevo detto, solamente mi aveva stupito e inquietato il tono: aggressivo, iconoclasta, estremista. Una specie di talebano. Mi mancava solo la barba lunga. Ero stato sfrontato, senza pietà, ardito troppo ardito: in una parola, fascista. Sembravo Almirante a un comizio negli anni Settanta. Ci mancava solo donna Assunta.
Uscendo mi parve di sentire la voce di Fortini dire “nasciamo tutti incendiari e moriamo tutti pompieri”. Mi voltai, ma era sparito.
<< Senti, Tommaso, tu ne sai niente? >>. La cosa mi puzzava. Come pesce vecchio di tre giorni, senza neppure la prospettiva di una resurrezione.
<< Beh, diciamo che Sebastiano non è quello che sembra. >> sibilò sibillino.
<< Detto in altri termini? >>
<< E’ un locale particolare… un locale famoso in questa città, ma dietro a questa banale apparenza si nasconde un segreto. Anzi, il segreto. E’ il punto in cui convergono tutti i punti, dove spazio e tempo sono aboliti, il punto di contatto tra cielo e terra: la porta per l’al di là. Ecco perchè c’era Fortini: ogni tanto è concesso tornare dall’al di là a trovare gli amici e i vecchi conoscenti, riassumendo, per qualche ora, le spoglie mortali.>>
<< Ma Gerusalemme, allora, come la descrive Dante, la porta dell’inferno eccetera eccetera? >>
<< Ah… cazzate. Immagini buone per la poesia e per le cartoline dei turisti. >>
<< Capito, eh, il vecchio Dante? Oltre che sommo poeta era anche un sommo ballista, un gran raccontatore di cazzate. >>
<< Del resto non sono così tutti i poeti e gli scrittori? >>
<< Quasi tutti. Io no, ad esempio. >>
<< Ah no? E allora i tuoi romanzi, cosa sono? Autobiografie mascherate? >>
<< Non proprio. Io non sono autobiografico, ma prebiografico. Prima scrivo e poi quello che ho scritto mi accade. Parola più parola meno. >>
<< Davvero? >>
<< Parola mia. >>

Camminavamo per la città e tutto ci pareva imperfetto, sommerso dalle presenze dell’assenza. Sembrava Atlantide, senza neppure un Platone a raccontarne il mito. Del resto, non è che ci fosse molto da dire: era una città al confine del nulla, capitale d’un impero decaduto da secoli, che viveva incosciente, senza presagire l’aria che bruciava nei polmoni come sale da cucina, intasando le vene e le arterie come un ingorgo in tangenziale. O come troppo colesterolo. Era, del resto, ingorda di ogni
cosa: ne diventavi schiavo, servo indegno di essere sacrificato sull’altare della sua voracità.
<< Sai, mio nonno nel 1937 partì per la Spagna a combattere contro i franchisti… >> provai a dire.
<< E perchè? Per motivi ideologici? Era comunista? >>
<< No. E’ che non gli piaceva il nome Franco. >>
L’assenza che opprimeva la città mi aveva stremato. Non mi veniva neppure una battuta decente.

(fine del capitolo. oppresso dall’assenza e cosciente di non essere più. mai più. never more.)