Archivio per dicembre, 2012

Era già arrivato il pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna. Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.
E mi dimenticai di Francesca. Per sempre.

Per sempre è un diamante, un ricordo o una condanna all’ergastolo. La condanna a morte no, non è per sempre, anzi quella è la pena più breve che ci sia: questione di un attimo e zac penzoli come un salame stagionato. Certo, moralmente può non essere il massimo, ma alla fine quante persone, quante esperienze passate, quanti sogni futuri, quanti presenti sono diventati assenze, condanne a morte simboliche e figurate, ma non per questo prive di dolore e sofferenza?
Quindi forse non dimenticai Francesca per sempre, semplicemente condannai quel sogno vissuto, quel ricordo di un futuro a morte e lo abbandonai in fondo a un cassetto, lo incassai nella stiva di una nave che salpava per le Americhe, la più grande nave di tutti i tempi, pronta a cozzare contro un iceberg.
Elaborai il lutto, fino in fondo, fino alla fine del mondo. Tutto il lutto, come un putto in un quadro rinascimentale che beve dalla coppa di Bacco, usque ad fundum, vuotando il bicchiere e divertendomi poi a guardare il mondo da quel fondo: immagini bellissime, caleidoscopio di colori e valori, scale a chiocciola per raggiungere i valori decaduti e scale mobili per lottare contro l’inflazione; una visione storta, come il cammino di un ubriaco, surreale come un quadro di Dalì, singolare come un numero grammaticale. In casi estremi e alla soglia del coma etilico, anche la visione di un visone con al collo una pelliccia di una vecchia cicciona.
L’universo in una goccia, insomma; e comunque sempre meglio che essere una goccia persa nel mare dell’universo.
Così guatando e guardando passavano i minuti che crescendo diventavano ore e le ore non pregavano pro nobis ma solo pro vino, perché in vino veritas e in homo vanitas. Io, che ero uomo e pure spesso ubriaco, ero in effetti veramente vanitoso. Credevo anche, nel delirio tremante dell’ebbro putto di vino (Dioniso il caprino), che il mondo girasse intorno a me, che lo stesso Tempo fosse piegato ai miei voleri, come gli orologi molli di Dalì: gira la lancetta e fai la tua puntata, un po’ come un giro di roulette al Casinò di Montecarlo, con il vantaggio che non perdevi fiches e soldi scommessi, ma solo tempo. Tempo perso, insomma.
Perdendo tempo, persi anche la cognizione dello spazio, il cui concetto come insegnano Einstein e la teoria della relatività, è ben collegato a quello di tempo: in un colpo solo, quindi, persi due piccioni con una fava. Anzi, tre, perché, nel frattempo, se n’era andata anche la barista capelli-di-fata occhi-di-mare e bocca-di-fuoco (almeno così speravo e poi cromaticamente giallo verde e rosso stanno bene assieme).
Rimanemmo solo io e il proprietario, nonché mio amico nonché ex attore di film hard che si vantava di aver scoperto il talento di Eva Henger, prima che quest’ultima si metesse col gabibbo. Sic transit gloria mundi.
Io e lui sembravamo il gatto e la volpe senza Pinocchio, Qui e Quo senza Qua, i tre re magi senza Baldassare fermato alla frontiera per via della mirra, Aldo e Giovanni senza Giacomo. Ci sentivamo anche un po’ i Sette a Tebe senza gli altri quattro, ma cercare altri quattro amici per prolungare la serata di altre ventiquattro ore sarebbe stato troppo un casino, così decidemmo di chiamarne solo uno, ben sapendo che avrebbe portato con sé una tribù che neppure l’esercito americano pronto ad invadere l’Iraq era così numeroso.

(capitolo in attesa. Dell’arrivo degli amici, ovviamente. E di un’altra bottiglia di rum, perché il rum è come gli amici: non è mai di troppo)

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Il capitolo precedente forse vive ancora in qualche universo parallelo, non so se secondo la teoria di Hugh Everett III o se semplicemente abbia sbagliato strada anche lui.
Questo, invece, è un capitolo invernale ed è precisamente il 12+1. Non che io sia scaramantico (ho un gatto nero), semplicemente lo dovevo al mio amico Gesù. La sua ultima cena non è stata una gran serata e perseverare sarebbe stato diabolico. Inconcepibile per lui: così abbiamo voluto evitare che Giuda e il traditore si sedessero alla nostra tavola, sperando che non riuscissero a imbucarsi lo stesso, entrando dalla porta di servizio o di sottecchi. E sperando, soprattutto, di non vedere nel nostro volto il riflesso del vero traditore. Proprio per questo avevamo eliminato anche gli specchi.
Già, lo specchio. Il tradimento di sé stessi rivelato dalla lama di vetro che penetra dove nessun altro può osare. Ramon aveva provato a liberarmi dal mio doppio, dalla mia ombra, ma l’ombra non si cattura, ti segue ovunque, di giorno e di notte. Anche con la pioggia. Anche nell’Isola che non c’è.
E l’ombra è la prima a tradirti, la tua peggior consigliera, il grillo parlante rovesciato che ti spinge a essere cicala, a rinviare, ad aspettare che sia troppo tardi. Come arrivare l’ultimo dell’anno dopo che hanno lanciato già tutti i fuochi e i petardi. Tardi.
L’ombra ti spinge a tradire gli altri: quanti amici, quanti amori avevo tradito, quante volte con la scusa della noia avevo lasciato i libri nello zaino e le versioni di latino e greco da copiare la mattina dopo a scuola. Tradire la traduzione, che è sempre meno pesante che tradire la tradizione. E soprattutto meno pericoloso, se gli altri ci tengono alla loro tradizione: ti tagliano le mani se getti via il loro burka rassicurante indicandogli una nuova vita, un futuro diverso, il mare minaccioso, ma affascinante di un altrove che forse esiste solo nei tuoi sogni.
Io avevo tradito molto e tradotto poco. E di tradizionale avevo davvero poco.
Ma avevo la noia, la precarietà, l’assenza dell’assenzio, la malinconia: forse anche qualcosa di tradizionale, almeno come poeta maledetto.
E tra l’altro, coincidenza o destino, caso o necessità, la porta del bar si aprì.

Entrò lei, bella e alta, maestà di grazia e di portamento. Oscillava maliziosamente sui tacchi a spillo e sembrò per un attimo che il tempo si fosse sospeso: la sospensione del tempo era d’altronde una delle cose che conoscevo meglio. Dai tempi delle superiori, quando il preside stanco dei miei scherzi mi sospendeva con regolarità meticolosa, alle domeniche allo stadio con le partite sospese per nebbia o nubifragio; dai carichi sospesi del porto di Livorno, durante la pausa pranzo dei portuali ai Carichi Sospesi di Padova, grazioso locale da cui l’ultima volta fui cacciato per aver appeso uno alla porta. Evidentemente avevo sbagliato verbo e il senso della frase lì non era molto di casa.
Quando il tempo riprese a scorrere tumultuoso e incurante di tutto fuorchè di se stesso, lei continuò a camminare a passo leggero e mi stupì quando riuscì a piantarsi davanti a me con la forza e la fermezza di una statua di marmo.
<< Ti puoi spostare, gentilmente >> disse ferma, appunto, ma ilare, angelo di spensieratezza e di leggerezza.
<< Certo. Scusami. >>
Le intralciavo la strada, mentre già disegnavo e immaginavo altre strade e altri percorsi da inventare con la lingua sulla sua pelle. Ridisceso nella bassa cucina della realtà, compresi subito: era la nuova barista e voleva andare dietro il banco. La vita d’altra parte è molto spesso un banco dei pegni, dove per ogni grammo di felicità devi pagare chili di interessi di sofferenza e malinconia, sperando di non andare in bancarotta, ma è soprattutto un banco di prova, una sfida continua, terribile e incessante. Gli esami non finiscono mai e gli esami si fanno ognuno sul proprio banco: io, di mio, avevo scelto come banco quello di un bar. Non aiuta a vivere meglio, ma almeno a dimenticare a che ora dovrai consegnare il compito.

Era già arrivato il primo pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna.
Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.

(fine del capitolo perchè l’autore si deve riposare. con bottiglie di rum però)

Avevo perso la patente, ma non pativo più di tanto. Ne avrei fatto senza: dovevo cercare quei larghi occhi chiari, dovevo raggiungere quel paese di balocchi rari e non mi avrebbe di certo fermato la polizia.
Mi fermai però al bar: non era ancora giunta ancora l’ora della verità, ma quella dell’aperitivo sì. Era scoccata da un pezzo. Come una freccia schizzai allora fuori di casa e raggiunsi gli amici al Guglielmo Tell, un locale in onore dell’eroe svizzero che osò sfidare l’autorità imperiale. Per restare in tema, presi una vodka alla mela. Verde, come i prati della Svizzera. Come la speranza o come il vomito di un ubriaco dopo una notte passata di locale in locale, sbalzato da locale a locale, scagliato come una pallina in un flipper impazzito. O come una freccia. Vedete, tutto torna. A volte.
In quel momento a me tornavano alla mente solo ricordi: di quando avevo lavorato alla casa discografica e avevo conosciuto Cinzia, una stagista tutta trucco e tutto inganno. Autoreggenti e tacchi a spillo: le prime per sedurti e intrappolarti nella loro rete di fibra, i secondi per bucarti il cuore come un palloncino, senza neppure un poliziotto a farti prima la prova. In fondo non ce ne sarebbe stato bisogno: al solo vederla ti ubriacavi di lei, del suo corpo, delle sue gambe.
La prima volta che la vidi non è che mi impressionai poi molto: ero ubriaco già di troppi Negroni per ubriacarmi anche di lei. Lei invece mi notò o, meglio, si annotò il mio numero di telefono chiedendolo a J-Ax degli Articolo 31. D’altra parte era il suo lavoro quello di prendere appunti: nessuno può dire che non si impegnasse e non ci mettesse la buona volontà. E la buona volontà, come diceva Gesù, non c’è dio che te la possa dare.
Il Giugiù diceva anche che degli uomini di buona volontà sarà il regno dei cieli. Sarà. Io, nel frattempo, mi accontentavo di un paradiso terrestre, di visitarlo con lei e di cogliere assieme il frutto del piacere. Non la mela, però: sarebbe stato un peccato perdere tutto quel bendidio per un frutto acerbo. Anche se, a essere sincero, perdere tutto a causa di una mela sarebbe un evento davvero inusuale, un peccato originale. Meglio comunque, un liquore alla mela.
La storia con Cinzia andò avanti per qualche settimana, tra alti e bassi, come un ottovolante impazzito, come un tedesco ubriaco in vacanza a Riccione. Otto al volante. La storia finì quando la cronaca si fece Storia e qualche anatomopatologo decise che era giunto il momento di vivisezionare il cadavere del nostro amore. Appena me ne accorsi decidi di impedirgli lo scempio: sottrassi il cadavere e lo bruciai. Fiamme di una passione che si stava spegnendo, che si era già spenta e allora a quel punto è meglio prendere il corpo dell’amore passato e cremarlo. Cenere eri e cenere ritornerai: amore e uomo, essere umano e banano, il paradiso terrestre non può essere eterno, ne va del buon nome di millenni di scolastica e teologia. Nonché della Genesi.

Sommerso da questi ricordi decisi di farmi salvare da un bicchiere di Galliano: non per altro, ma ero vestito da John e credevo ci stesse bene berci sopra il liquore giallo. E poi la fata verde era volata via, l’assenzio assente ingiustificato e abbinare liquore e pantaloni una giustificazione abbastanza solida per tacitare la coscienza e bere prima di pranzo.
Spararono a salve, spararono un salve, spararono a vista, si spararono una pista in settimana bianca, spararono cazzate e spararono a quei cazzoni dei cacciatori. Spararono per primi, perché chi spara per primo muore per ultimo, se ha buona mira.
Erano arrivati i miei amici, non erano affatto spariti.
<< Al cuore, Ramon, al cuore. >> sparai o meglio fafugliai, tartagliai, biascicai parole uuubriache che cadevano fradice a terra appena uscite di bocca. La forza di gravità liquida spingeva tutto verso il basso: polvere eri e polvere ritornerai e la polvere sta a terra. Vedete, tutto torna. Polvere, per la precisione. E per dispiacere alla precisione o forse perché troppo ubriaco, Ramon sbagliò mira.
La sua pallottola sbagliò strada, prese l’uscita prima e si trovò a Dolo, prese la via della seta e si trovò a morire di sete nel deserto del Gobi. Un colpo gobbo: centrò lo specchio e uccise uno che mi assomigliava, il mio doppio o forse un mio sosia. Omicidio doloso, comunque: tutto per aver sbagliato mira e uscita. Ramon non se ne dolse, però. L’aveva fatto apposta o forse era stata la mano di Dio a guidarlo, in fondo anche lui era argentino, per aiutarmi, per liberarmi dal mio malessere. Per salvarmi.

(capitolo finito o forse è finito solo il suo doppio e questo capitolo continua…. Chissà dove, chissà quando, chissà con chi…)

Un Golem. Sull’incazzato però.
Sgranai gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco un mondo sfuocato , ma l’unica cosa che vidi fu una granata che brillò nell’aria di granito e un vortice di parole che si abbattè su una testa già abbattuta da troppi pensieri e drammi. La mia.
Carpii all’amo delle mie orecchie un << cazzo! >> << un’altra volta! >>.
Strano: io non ero mai stato a pesca, anche perché chi dorme non piglia pesci e io in quel momento stavo dormendo. E al massimo, poi, mi sarei fatto pescatore d’anime (come il mio amico Gesù) o di culi (come il mio amico Tinto Brass), non certo di carpe o di cazzi.
Era mia mamma. Sono tutte belle le mamme del mondo, ma la mia in quel momento più che bella era la belle dame sans merci.
<< Grazie tanto >> slabbrai qualche parola dalle labbra che cercavano a fatica di chiudersi dopo uno sbadiglio, come la balena di Giona. << Ma ti pare il modo di svegliarmi? >>
<< Guarda qua >> urlò la madre, che pareva la matrigna di Biancaneve tant’era inviperita e incattivita. Mi getttò sul letto una busta con la misteriosa dicitura: POLIZIA STRADALE.
<< E la mela? >> domandai titubante. Una mela al giorno male non fa, toglie il medico di torno, ma non la stradale, che essendo del mestiere non si fa seminare facilmente né gettare sull’asfalto rovente. Come un torsolo di mela, appunto.
Vedete, tutto torna, il cerchio si stringe, soprattutto alle tempie se hai passato una notte brava a fare bravate e a bere litri di rhum. Tutto torna, d’accordo, ma non i conti. Non questa volta. Non in casa mia, una casa che con la nobiltà aveva legami tanto antichi, quanto contradditori. Da parte di padre, infatti, ero erede di un fantomatico baronato siciliano, con tanto di stemma e di cattedra universitaria garantita all’Università di Messina. A casa di mia madre, invece, aveva sventolato sempre la bandiera dell’anarchia: tra l’altro credo il mio bisnonno fosse stato implicato nell’attentato al re Umberto I.
I conti comunque non tornavano e pazienza se arrestavano un Savoia e lo inzuppavano come un savoiardo nel lerciume delle patrie galere, ma rompere i coglioni a me, quello no. Ed è proprio quello che fecero. Io non sono autobiografico, ma prebiografico: scrivo e le cose poi mi accadono. Descrivo quello che mi accadrà: e nel capitolo prima dicevo di essere un cavaliere senza macchia e senza macchina. Mi ritirarono, infatti, la patente.
La lettera diceva che con l’ultima infrazione avevo perso tutti i punti che mi erano rimasti. Avevo perso ai punti, come un incontro di boxe, senza neppure un Tyson che mi mordesse un’orecchio o una pin-up che mi sussurrasse all’altro orecchio porcherie e frasi sconce per consolarmi della sconfitta. L’ultima infrazione: la questione di un’ attimo, una frazione di secondo, scatta il flash elettrico dell’autovelox e sei bello che gabbato. Arriva l’alba artificiale di un istante e tutto cade più veloce di Alba (la città). Ventitrè giorni. E tutto diventa una questione privata. E hai voglia a dare del Fenoglio allo sbirro che ti ha beccato.
E’ una questione privata, ma la racconto lo stesso, per condividere con voi tutta la mia vita, nella buona e nella cattiva sorte; nella ricchezza e nella povertà; nella malattia e nella salute; finchè morte non ci spari. E se siete fighe, è meglio.

La notte è il regno dei vampiri e dei mostri, dei poeti e dei solitari. E’ il rifugio di chi odia il giorno, dei fotofobici e dei fotosensibili, delle modelle fotogeniche e cocainomani dopo una sfilata e dei satiri che le rincorrono per le strade, ma la notte, è, soprattutto, una strada d’estate, una solitaria e poetica strada d’estate, quando una paletta taglia l’aria e dal nero della notte emergono mostri e vampiri.
<< Patente e libretto prego… >>
<< Eh? >> pensai, mentre cercavo di ricordarmi dove stava la patente e, soprattutto, cosa fosse il libretto.
<< Allora, si muove, per cortesia… >>
<< Un attimo, li sto cercando… eccoli qua! >>
L’essere con tratti antropomorfi, il mostro umano, troppo umano, che del super uomo non aveva neppure il fisico, mi guardava con sguardo altero e arcigno, con un’aria di sufficienza che sembrava voler dire: ma guardali ’sti imbecilli, ’sti smidollati, sempre tutti uguali, sempre a correre in giro il sabato notte, guardali questi irresponsabili…
<< Noi irresponsabili >> mormoro << conosciamo fin troppo a fondo il senso di responsabilità, è per questo che ce ne teniamo ben volentieri alla larga… >>
E lui, sentendo le mie parole, contrae la mascella, si stupisce, rimane attonito come un tonno in una scatoletta di acciughe, senza olio d’oliva, però, un tonno rimbambito al naturale, un pesce fuor d’acqua e già pronto per essere fritto. Si stupisce il mostro che la notte non ha mai digerito, crede, lui, che io legga nel pensiero, è inquieto, lo sento e fa di tutto per dimostrare il contrario.
<< Allora, mi dica >> eccolo, il tono sprezzante di un pericolo che non c’è, il tono del tutore dell’ordine schierato contro il caos che sfreccia nella notte tra mostri e pinte di birra << abbiamo bevuto questa sera, per caso? >>
Gli rispondo con ironia, l’arma più affilata e leggera, la lama dell’assurdo, il coltello dell’eccesso, la ghigliottina del “non” perchè il “non” non ha misura, è un di più o un di meno che si espande all’infinito; il “non” non ha senso, è un no-sense, è un no con una enne in più, ma quella enne porta con sè litri di ironia e di tequila, litri di parole e di silenzi, litri di storie passate dentro i bicchieri sporchi di un bar.
Sono bravo: in queste situazioni me la cavo da dio, riesco a cavare sempre un ragno dal buco, so sempre cosa dire, anche quando non so cosa sto dicendo…
<< Allora, sentiamo, avete, mica PER CASO, bevuto stasera? > > richiede l’omino dotato di pistola e paletta, ma poco dotato di materia grigia…
<< PER CASO, niente… mica abbiamo bevuto per caso… noi beviamo sempre per scelta, per scelta personale, per scelta responsabilmente irresponsabile… mai per caso… >>
<< Ah sì…?! >> non sa cosa rispondere, l’ho spiazzato come un piazzista che vi suona alla porta e vi vende un’enciclopedia sulle malattie infettive degli opossum che tanto non consulterete mai.
<< Sì, sa com’è… è sabato sera, siamo stati prima ad una festa spagnola: tequila mariachi e sangria, ha presente? Come nella canzone di Capossela, che non sarà il modello della sobrietà e del rigore, ma ha pur sempre sposato una modella di Versace… qualcosa vorrà pur dire, no?! Poi, siamo passati in un’osteria, proprietario un nostro amico: era da mesi che non lo vedavamo, così una parola tira l’altra, un bicchiere via l’altro e via che sono scivolate un paio di bottiglie di Sangue di Cristo. Divino, veramente… Continuo o vuole che smetta? >>
Lui tace, quindi io proseguo, riempiendo anche il suo vuoto, un’assenza silenziosa e neutra, come un mare di nebbia e di noia. D’altra parte, il tempo sfugge veloce, alla velocità d’un battito d’ali che non riesci mai a fermare, e l’unico modo per riempirlo è colmarlo di parole: parole vuote, piene, parole che sono sassi o piume, parole nuove come un passerotto implume o antiche come il cadavere della storia, parole che sono, alla fine, solo parole, un’accozzaglia di lettere unite dal caso. Tutto scorre diceva Eraclito. Anche la birra a spina.
<< Insomma, ci siamo divertiti e poi, mentre stavamo uscendo >> continuo io << lui mi dice “il signore ci lascia?”, e io gli rispondo “vecchio mio, il signore ci ha già lasciati: dio è morto” e ci ha offerto un paio di pampero e pera. >>
Il tutore dell’ordine mi guarda con occhi stralunati, non sa come reagire, cosa presagire, non sa come comportarsi, è abituato all’ordine, alla divisa e all’unità della regole di polizia, lui non sa del caos, lui non sa dell’assurdo. Il “non” lo sta ingoiando, lentamente, ma inesorabilmente, come un gigante nero che succhia la linfa vitale, come un vampiro che succhia il senso dal mondo e libera il “non”. A dismisura, all’infinito. Senza chiedere permesso, come un messo comunale che viene a pignorarti i mobili. Non c’è scelta, è necessità casuale o caso necessario, determinismo illogico che apre, per gli scherzi della storia, ampi orizzonti di libertà.
<< Lei sa che si sta cacciando nei guai, vero? Ma lo sa lei cosa sono i guai? >> cerca di rispondermi.
<< No, sinceramente so molto poco dei guai, però in compenso loro sanno tutto di me. Sono dei guardoni che spiano la mia vita ad ogni ora, che attendono l’attimo giusto per insinuarsi, anche se non invitati, alla mia festa… sono come poliziotti che ti interrompono il party a mezzanotte e mezza…>>
<< Come, scusi? >>
<< Nulla, lasci perdere… >>
Sembrava una marionetta spettrale animata dal niente, un fantasma obeso che non ci sta nel lenzuolo, un essere nè carne nè pesce. Forse è fatto di formaggio, come il fantasma, sospeso nell’assenza, un troglodita che il senso della frase non sa neppure dove stia di casa, però in compenso conosceva fin troppo bene il senso della legge.
<< Bevuto altro? >> chiede lui, con fare ironico, ma sembrava la battuta reciclata da uno di quei vecchi telefim anni Settanta, quando le patenti a punti non c’erano e Poncharello più che uno sbirro sembrava un fighetto entrato in polizia solo per rimorchiare.
<< Boh, qualche Corona, credo… anche se a me i simboli regali non piacciono molto, ma per la birra faccio sempre un’eccezione… >>
<< Ah, sei pure un marxista? >> mi chiedeva con aria incazzosa.
<< No, sono un anarchico situazionista. Di origini nobili, però. Ho letto il capitale in edizione rilegata. Un libro costossisimo. Un autentico paradosso. A meno che non avesse ragione il vecchio Karl, lui in fondo era Marx, mica un marxista. >>
<< Comunque, mi segua, credo proprio di essere costretto a farle l’etilometro… >>
<< Dopo tutto quello che le ho raccontato? Perché? Non mi crede? >> risposi, con tono irreale e surreale, patafisico e metafisico insieme.
Lui tacque, non cogliendo l’ironia distruttiva della mia frase. D’altronde l’aveva detto Marx che i fatti nella storia si presentano due volte, la prima come tragedia le seconda come farsa. E quella era la seconda volta che soffiavo dentro l’etilometro.
<< Soffi a pieni polmoni >> mi disse rimboccandosi i pantaloni neri e le strisce rosse.
<< Non posso, ho l’asma e poi ho paura che salti tutto qua… >>
<< Allora mi vedrò costretto a ritirarle la patente >> mi fa lui.
<< Beh, se proprio ci tiene, se crede che sia indispensabile, vuole anche il libretto o quello me lo lascia come ricordo? >>
<< Solo la patente… >>
<< Eh no >> replico io, che a replicare sono sempre stato bravo, anche quando le repliche è meglio non farle, perchè sullo schermo sono già passati i titoli di coda e il cinema è vuoto e lo spettacolo finito, anche quando il finale di partita è terminato e hai perso ai rigori un mondiale. <<No, solo la patente no >> continuo io, imperterrito, mentre il mio amico mi guarda dalla macchina sorridente << io le do allora anche la carta d’identità. Tò, tenga qua! >>
Gli lascio nelle mani patente e carta d’identità, rimonto in macchina e riparto. Lui sta là, fermo immobile, come un soprammobile coperto di polvere e dimenticato chissà dove in un angolo della casa. Non replica, non mi insegue, non parla, non non non… il “non” ormai è diventato l’infinito, ha perso la misura ed è partito senza cintura verso nuove terre vergini, verso nuove vergini senza terra, verso nuovi posti di blocco e posti bloccati, prenotati da mesi nelle prime file di un concerto. E’ partito, ubriaco di saggezza e di vino, ubriaco di non senso e di se stesso. Ubriaco e basta, che ci vede doppio.
Arrivati quasi a casa, il mio amico si rianimò, è come se si fosse svegliasse, come se fosse appena scivolato fuori da un sogno, però senza cadere dal letto. E’ un po’ malinconico e triste, però sorride.
<< Sai >> mi dice << sono sempre stato un tuo ammiratore. >>
<< Anch’io. >>
<< Che onore. >>
<< Non parlavo di te. Anch’io sono un mio ammiratore. >>
Lui sorride e il buio si perde nell’alba, l’auto va lungo la strada dritta e il “non” mi strizza l’occhio mentre vola sopra le nostre teste, come un superman sbronzo fatto di kryptonite.

In questa storia, di patenti, di punti guadagnati e punti persi, di punti croce e testa o croce; in questa storia di patenti e sofferenti, di tutine nere a righe rosse, di contaminati dalla sangria e dalla tequila; in questa storia nottura, insomma, ci dev’essere una morale. E anche un’etica. O un’etilica.
A me sono sfuggite.
Provateci voi.

(il capitolo è finito. Anzi, è stato ritirato.)