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<< Sara, svegliati. E’ Sirano al telefono… >>
Erano le sette di mattina, ma non doveva andare a scuola. Sara la scuola l’aveva finita da un pezzo. Io invece stavo per andare a dormire, ma prima avevo deciso di chiamarla. Volevo chiamarla per chiederle di vederci, per raccontarle dell’assenzio e di quei due larghi occhi chiari.

Apro parentesi: (. Io sono l’autore di questo romanzo d’appendice: lo so che vi state chiedendo chi cazzo sia questa Sara – forse vi chiedete anche chi sia Sirano e questo sarebbe più grave – e so anche che il romanzo, l’intero romanzo che doveva essere intero, vi sta arrivando a pezzi e a brandelli. Ma non è colpa mia se il mio editore è un fallito alcolizzato che ha deciso di farlo a fette. Quanto a me, beh, io l’avevo bruciato ancora prima d’iniziarlo. Ve l’ho detto, sono un piromane e poi ho come modello Kafka. Comunque, faccio il punto: . E’ gratis. Bevete alla mia salute e alla mia salvezza. Un breve riassunto, un sunto: il protagonista si chiama Sirano ed è un simpatico lazzarone amico di Lazzaro Santandrea. Nonostante Pinketts. Si spaccia per poeta maledetto senza aver mai scritto una riga e sostiene che il più grande poeta mai esistito sia uno che ha scritto un solo verso e poi per pigrizia non è più andato avanti. O meglio, per pigrizia e perchè aveva di meglio da fare: mantenersi vivo e ubriacarsi. Sirano comunque è un cavaliere errante del nuovo millennio sulle orme dell’assenzio perduto e di due larghi occhi chiari, un’anima senza macchia e senza macchina, perchè gli hanno ritirato la patente. Un Indiana Jones un po’ più bello e simpatico, insomma. Quanto a me, ho l’ambizione di rinverdire il secco filone del romanzo epico con un po’ di prezzemolo post moderno: sono il nuovo Miguel de Cervantes, sperando per il mio protagonista che quei due larghi occhi chiari non siano di un’altra Dulcinea. Che poi non hanno neppure un nome, quegli occhi. Il loro nome sarà legioni, saranno tutti i nomi della storia. Onorando Nietzsche. )

<< Ma ti sembra l’ora?!! >> gridò nel telefono Sara.
<< A Santiago del Cile sono le tre di mattina. Poteva andarti peggio… >>.
Sorrise, anche se non la potevo vedere capii che stava sorridendo.
<< Sei sempre il solito, tu. Comunque: come stai? >>
<< Sopravvivo alla vita e aspetto Godot, con il fegato a Pinot… >>
<< Che detto per noi comuni mortali? >> ironizzò. Ironizzava sempre, è per questo che l’avevo amata e che avrei voluto sposarla. Poi tutto era finito, tutto s’era rotto e la parola che ci univa, amore, fu decapitata. Il boia aveva mollato la sua ascia sulla nostra storia e amore perse la a e divenne more: l’amore more, muore e non c’è più nulla da fare. Ma l’amore è un’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri, l’amore sconfigge la morte e gironzola per il mondo alla ricerca di un nuovo inizio, di una nuova lettera d’amore: trova una nuova a e ricomincia, ubriaco di se stesso e di felicità. Per quel che mi riguardava ero ubriaco d’amore e di pinot.
<< Sono innamorato. >>
<< Come Petrarca con quella Francesca? >>
<< Quella era Laura. >>
<< D’accordo, e com’è questa? >>
<< E’ bella, di una bellezza che non ha confini: è un mare di luce che ti si alza davanti e ti rimescola il cuore: ti affascina con un solo sorriso e sei cotto. >>
<< Addirittura! Sentilo, il poeta qua… però spero per lei che non sia come per le altre poverette… >> chiosò cinica. Era anche cinica; ironica e cinica: ossia sarcastica. E’ per questo l’avevo amata. E’ per questo che la detestavo. Era troppo simile a me.
<< Durerà, durerà. Credimi, Sara. Sulla parola… >> la rimbeccai. D’altra parte lo speravo che durasse. Non era ancora iniziato nulla, d’accordo, ma intanto speravo. Speravo: perchè era diversa. Tanto per usare una frase fatta. Concedetemelo: il senso della frase è impotente di fronte alla Bellezza.
Speravo e mentre quel sogno si figurava nella mia mente, mentre pronunciavo quelle ultime sillabe, uno scialle di malinconia mi cadde sulle spalle avvolgendomi tutto: mi parve di vedere dalla finestra un’ombra color del vino, un’ombra sfuggente che mi sorrideva ripetendo “no”, ripetendo “forse”. Rimasi in silenzio senza più voglia di parlare.
<< Cos’hai? >> percepii a stento la voce di Sara che si sembrava lontana, che faticava a uscire dalla cornetta.
<< Nulla, solo un po’ di malinconia. Sempre meglio della malinconoia. Masini docet. >> mi sforzai di dire.

<< Il tuo solito spleen, vero, signor poeta bohemien?! >> commentò.
<< No, perchè lo spleen è una cosa diversa dalla malinconia. Lo spleen è la presenza dell’assenza, mentre la malinconia è l’assenza di una presenza che vorresti lì con te, convieni? >>
<< Quindi? >>
<< Quindi adesso è il momento della malinconia… e forse anche il momento di buttarmi a letto… >>
<< Forse è meglio, così potrò tornare un po’ a dormire anch’io, non trovi? >>
<< Già, un bacio allora. Ci sentiamo. >>
<< Bacio. E buona fortuna con la Bellezza. >>
<< Grazie. Staremo a vedere: siamo nelle mani di Dio. E sotto il tallone di Achille… A presto tesoro… >>
Andai a domire e sognai.
Sognai un sogno assurdo e illogico, che non aveva nessun legame con la mia situazione; un sogno sciolto come un cavallo imbizzarrito, un sogno bizzarro come un cavallo a tre teste.
Sognai “il sistema” e la luce d’acciaio che da quel sistema nasce, un lampo bianco di polvere accecante, nella quale il tempo galeggia come un fiume caldo e viscoso; sognai eroine ed amazzoni extraterrestri; sognai un bambino biondo e dolce che parlava in un registratore che faceva l’effetto eco; sognai un fiore dal profumo così potente e inebriante che chiunque lo respiri cade in un sonno profondo di felicità ed altrove, dove non esistono confini nè materia, dove tutto è lusso e calma e voluttà. Sognai Boda e Kurt. Sognai un fucile Remington calibro venti puntato alla testa. Numero di serie 1088925. Sognai una data. Trenta marzo millenovecentonovantaquattro. Anno domini, si diceva un tempo.
Sognai tutto questo, per ore, quante ore non so, so solo che quando riaprii gli occhi mi accorsi che nell’aria risuonava come un’eco sommessa la musica dei Nivana.
Un brivido mi ghiacciò la schiena e girandomi di scatto m’accorsi che la porta si stava socchiudendo.
E una figura, una visione mi si parò davanti. Come un Golem di luce.

(fine del capitolo. il capitolo in questione era un gran figlio di buona donna: s’è deciso a finire così, lasciandovi a cuocere nel fuoco lento della curiosità: come un pollo allo spiedo. come un golem di luce alla mensa degli angeli.)

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