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Nell’attesa e sperando che non fosse un’attesa di quelle infinite, tipo fermata dell’autobus o en attendant Godot, Giorgio, il proprietario del locale, mi porse un foglio.
<< Che è? >> domandai più dubbioso e scettico di Hume.
<< Una cosa che ti volevo far leggere, un mio racconto brevissimo. Dato che tu sei – o almeno ti spacci – per uno scrittore… >> mi disse lui, versandomi un rum. << E’ di Panama >> aggiunse.
<< Che strano, avevo capito che l’avessi scritto tu… >> pifferai dalle labbra mentre mi accendevo una sigaretta.
<< No, non il racconto. Il rum, dicevo >>
<< Doppiamente strano. A Panama credevo facessero solo cappelli, canali e colpi di stato… >>
Dopo tacque e nel silenzio ipnotico di una notte d’inverno (senza se e senza viaggiatori strani) lessi.

Si intitolava così, 11 settembre. Semplicemente.

Un aereo sorvolava la città. Il cielo era un cancro sporcato d’azzurro: non c’erano nuvole, non c’era dio. L’aereo ronzava come una mosca sopra le teste di migliaia e migliaia di persone: nessuno sapeva dove fosse diretto, in pochi conoscevano la tragedia che si sarebbe compiuta. Ricordo che lo vidi mentre si avvicinava al palazzo, all’obiettivo da colpire e da distruggere perchè trionfasse la loro idea, la loro follia.
Erano uomini, carne e ossa e sangue, uomini come noi che avevano scelto un’ideologia che li aveva poi imprigionati, non permettendo loro di vivere l’ombra, cancellando su quei volti ogni tormento e ogni dubbio. Stavano attaccando un governo democraticamente eletto, un paese libero, stavano tentando di distruggere il sogno di milioni di persone, uomini e donne felici perchè liberi, perchè potevano continuare ancora a sperare in un futuro migliore, perchè potevano criticare, ridere e scherzare e parlare di politica senza essere minacciati, senza timore di ritrovarsi un giorno in una fossa o in un carcere solo per aver espresso un’opinione.
Ricordo il colpo, le fiamme alte che raggiungevano il cielo a rincorrere un dio che aveva abbandonato il mondo; ricordo il fumo che bruciava le palpebre, le urla, i visi impauriti di chi mi stava attorno e dei passanti giù in strada. E poi le lacrime di ognuno di noi e una voce sola che parlava per tutti: << perchè? perchè? >>.
Ancora oggi, nonostante le stagioni siano passate e i mesi siano scivolati sopra ad altri mesi, quella domanda resta nella mia mente e sulle mie labbra: stanca e logorata, però non demorde e tenacemente ripete ancora quelle sillabe, attendendo, invano, ancora una risposta.
Ricordo ogni istante di quel giorno, gli attimi che sembravano ora frenetici come un fiume che spacca gli argini, ora immobili, come se galleggiassero in una placenta al di là della storia.

Il presidente parlava alla radio: la voce era spezzata, sanguinava e slabbrava a inseguire vocali e consonanti, scandendo frasi brevi e incerte, com’erano incerte quelle ore. Cercava di portare speranza alla nazione, cercava aiuto, comprensione, solidarietà e conforto. Era la voce di un uomo che teme di morire, che teme per la propria vita e per quella del popolo che lo ha eletto. Era la voce di uno dei potenti della terra.

Mio padre mi chiamò al giornale. Piangeva, diceva che non capiva e io stavo muto perchè non riuscivo a dire nulla. Avevo in bocca il sapore della tristezza, come un limone aspro, non ancora maturo. Neppure io comprendevo quell’odio, quella ferocia bestiale, quella cattiveria che s’accaniva contro di noi. Eppure, pensavo, eravamo uomini anche noi: anche noi, come loro, avevamo un padre, una madre, delle speranze e dei sogni. Anche noi avevamo nel cuore cicatrici e dolori, disperazioni private e carcasse di sogni che la vita ci aveva divorato.
Stetti in silenzio, poi chiesi dello zio. Rispose con voce d’automa e quello che mi fece rabbrividire fu l’abisso che s’apriva con le sue parole: parole ch’erano minerali, fredde e gelide, prive di commozione. Ogni traccia d’umanità s’era dispersa; rimaneva solo un grido di rassegnazione chiuso in un pugno.

Ricordo; l’ultima cosa cosa che ricordo è un immagine vaga, una figura di donna, forse, o di uomo. Alta, esile e magra, cadeva giù a precipizio e la velocità aumentava col passare dei secondi. Si faceva sempre più lontana e distante, sempre più assente.
Era un uomo, o una donna, sedeva vicino a me. Ne incrociai gli occhi, poco prima che si perdesse nel vuoto di quel cielo di settembre. Mi sorrise d’un sorriso tenero e doloroso e non pronunciò fiato.
Poi fui io a volare nella ruggine di quel cielo al tramonto.
Non ricordo d’aver incontrato angeli o di aver visto dio, non sentii paura nè pensai alla vita che stavo per lasciare.
Ricordo solo l’ultimo istante. Come descrivere ciò che provai? Era un sentimento pieno, estremo, come una felicità impazzita di luce che racchiude in sè ogni cosa, un respiro che nasce dal ventre e si confonde con l’infinito. Ecco cosa fu: libertà.
Nessuno mi spinse, mi gettai da solo. Un altro aereo continuava a rombare vicino a noi e lo vedevo allontanarsi e cadevo, cadevo libero e folle.

Era settembre, un settembre come questo o forse più bello. Era un giorno di fine estate, l’undici settembre di trent’anni fa.
Sopra la cordigliera delle Ande.

“(…) Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà
invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la
fellonia, la codardia e il tradimento.”

Salvador Allende;
Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.

(capitolo finito. Giù per la Cordigliera delle Ande o nell’Oceano Pacifico)

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