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Altro che “birretta”.
L’Oktoberfest al confronto sembrava una sagra paesana, una festa tra neoadolescenti che iniziano a scoprire il loro corpo e il piacevole uso alternativo che si può fare dell’esofago. Storie di riti di passaggio e di canali, in cui, di rito, passava solo il cibo e l’acqua minerale, che si riscoprono solleticati da bevande alcoliche. Quanto a noi eravamo ormai degli habitué. Abbonati alle casse di birra e ai colli di bottiglia, ai bicchieri pieni di vino che si svuotavano in un lampo e ai lampi di euforia etilica che brillavano nelle nostre pupille. Gli altri discendevano dall’uomo della caverne, noi dall’uomo delle taverne: un animale socievole, che faceva amicizia facilmente. Soprattutto se gli offrivi un grappino.
Quella sera eravamo in quattro: i quattro dell’Ave Maria convertitisi in un baccanale al culto di Dioniso, i quattro cavalieri dell’Apocalisse sempre pronti al bicchiere della staffa (purchè non fosse l’ultimo), i quattro samurai che nel gioco di specchi delle bottiglie e nel brio dell’ebbrezza diventavano, giusti giusti, sette. I conti tornano, come vedete. Anche senza l’oste. Eravamo in quattro.
Gianmaria, e ve l’ho già presentato.
Poi c’era Gianni Giannini, studente di filosofia, seguace della scuola tautologica e del celeberrimo Brachamutanda. I suoi principi erano: l’Essere è l’Essere, la Vita è la Vita, l’Amore è l’Amore, il Nulla Nulleggia, Chi la fa la fa, Quello che piace piace e la Figa è la Figa.
Suo compagno di corso ed eterno rivale era Filippo Marsetti, autore di un pamphlet di millecinquecentoventisette pagine contro Kant in cui sosteneva che il filosofo di Koenigsberg aveva preso una cantonata pazzesca sull’universo e che, soprattutto, quand’era il momento di pagare la cena al ristorante, finiva sempre per assentarsi con una scusa qualsiasi.
Considerato da molti filosofi e anche da qualche lettore un emerito demente, il nostro amico Filippo, conosceva a perfezione il francese, ma non il tedesco: questo fatto non gli ha mai permesso di leggere in lingua Kant, che ha molto spesso confuso con Hegel e Feuerbach. Però voi non diteglielo, non se n’è mai reso conto: pensa di essere un genio.
Infine c’era Gino, cosmogonologo ed alcolizzato cronico. Ventisette anni vissuti a cavallo di un Honda ( era un motociclista ), con il vento sulla crapa pelata ( era calvo ) e più guai che altro a fare da sfondo ( era un casinista nato ). Erano simpatici, immaturi, allegri: amici che non ti avrebbero mai abbandonato se avessero trovato un tesoro, ma lo avrebbero condiviso con te, convertendo i dobloni d’oro in bottiglie di Chianti e di birra messicana. Un investimento a fondo perduto, insomma, ma sai che serate avremmo passato. Erano gioviali e incorreggibili, uomini un po’ bambini che
di corretto ammettevano solo il caffè. Uomini al di fuori dalla normalità, uomini un po’ sopra e un po’ sotto la media, che di medio ammettevano solo la birra.

<< Io non la sopporto più… >> disse Filippo, reggendo il boccale e fissando il bianco della schiuma della sua rossa.
<< Chi? La Stefania? >> chiese Gian per tutti. Uno per tutti, tutti per uno: funzionava così. Chi domanda, chi risponde e gli altri che ascoltano, un po’ pensando ai cazzi propri e un po’ sinceramente interessati.
<< Certo… E’ pesante, pesante, pesante… non la sopporto più. >> si sfogò. Si sfogava sempre, ogni sera che usciva con noi, cercando di affogare i suoi dubbi nell’alcol, ma i dubbi sono vacui, non hanno corpo nè consistenza. I dubbi sono liquidi e nell’alcol galleggiano.
<< Le donne; le donne sono sempre le donne >> commentò Gianni, con la profondità tautologica che lo contraddistingueva sempre. Non so come spiegarlo, ma le banalità, quelle banalità che pronunciava, s’illuminavano, uscendo dalle sue labbra, di una nuova luce e non sembravano più ovvietà miserevoli, bensì perle di una saggezza tramandata nei secoli in circoli segreti ed esoterici. Non sempre, ovvio: alle volte suonavano per quello che erano: delle cazzate.
<< Gianni, ti sbagli, le donne sono le donne e d’accordo, ma sono anche
delle grandi puttane. >> rispose Filippo.
<< Marsetti, non puoi avere una visione così negativa delle donne. Non puoi
considerarle tutte puttane.>> lo interruppe il Gian, moraleggiando tra una
pinta e una spinta.
<< Guarda che mi hai frainteso >> replicò un po’ risentito Fili << E’ l’unica cosa che apprezzo in loro. Grandi troie, per fortuna. >>
<< Secondo me, invece, siamo noi ad essere delle troie. Ci facciamo pagare
in natura in cambio di qualche bugia. Io senza donne non potrei vivere. Loro
sono per me quello che l’assenzio è stato per i poeti maledetti. >> concluse
il Gian.
<< Veramente, Verlaine e Rimbaud erano culi >> lo corresse Filippo, che
ormai ne aveva fatto una questione d’onore e, quando ci si metteva, questionava su tutto, spaccando in dieci il capello e un poco pure le balle.
<< Non è forse vero, Sirano? Tu che te ne intendi di letteratura… >> cercò di coinvolgermi.
<< Sì, per quello è vero, ma non capisco che cazzo c’entri… E poi a parte
questo se proprio vuoi rompere la minchia, almeno fallo bene. Per la precisione Verlaine era bisessuale. >> risposi, non aggiungendo altro. Stavo pensando al mio assenzio, non a quello dei poeti maledetti e sinceramente poco m’importava di cosa facessero tra loro Verlaine e Rimbaud. Pensavo al mio assenzio assente e a quel sorriso innocente. Quei due larghi occhi chiari.
C’è chi si fa monaco e chi buddista, io quella sera mi ero fatto triste. Non avevo voglia di parlare, non era serata, non ero dell’umore giusto.
Semplicemente, non ero. Immerso e perso nell’assenza, nella noia che involve ogni cosa. Il male di vivere ti porta a vivere male, annulla ogni cosa: lo spleen è una morte prematura, una morte in vita, in vitreo, una morte che ti lascia cosciente del nulla che nulleggia ( Brachamutanda tra tante cose ne aveva detta una mica male… ).
Ripensavo: al mio passato, a quello che è stato e mai più sarà, a Sara e al tempo in cui stavamo assieme, al futuro e ai futures che avevo investito a Wall Street ( business is businnes, avrebbe detto Gianni ). Non so perchè mi venne in mente Sara; era trascorso tanto tempo, troppo tempo, chissà dov’era. Chissà che cosa faceva. Le volevo ancora bene e mi giurai che l’avrei chiamata. Per salutarla, per parlarle di quegli occhi chiari e di quel sorriso che mi aveva incantato.

fine del capitolo ( il capitolo è finito così, all’improvviso, come finisce una storia. la fine è la fine, scriverebbe Gianni, ma io sono un altro. e la fine, vi dico, è un nuovo inizio. alla prossima. )

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<< Jacqueline, Jacqueline, versami del gin. >>
Jacqueline era una mia ex. Jacqueline era ex. Tout court. Ex di tutto. E anche di tutti. Aveva fatto ogni cosa e si era fatta chiunque: ex modella di Gucci, ex fidanzata ufficiosa di Max Biaggi, ex comparsa di Vivere, ex miss Gambe lunghe a Salsomaggiore, ex universitaria alla Iulm di Milano, ex amante di Briatore (che schifo!) ed ex miss Naso lungo – Premio pinocchio d’oro. Per tutte le bugie che mi aveva raccontato. Le bugie sono sempre regali (e lei era molto generosa), la verità, invece, si paga tutta (e lei pagò, in lacrime contanti, quando venni a sapere di tutte le sue balle).
Jacqueline, adesso, lavorava in un bar. Era stata l’amore di una stagione dimenticata, passata di moda, come un abito che poi abbandoni in un armadio, scordandoti quasi che esista ancora. Era stata una moda passeggera, durata il tempo di una luna. Ventotto giorni, però senza miele nè zucchero. Una di
quelle storie che lasciano l’amaro in bocca.
<< Bevi per dimenticare? >> mi apostrofò. << Chi è la sfortunata? >>
<< E’ inutile che scherzi tanto. Pensa agli affarracci tuoi. E a quel coglione del tuo nuovo fidanzato. >> Il nostro rapporto era sempre stato così: insulti e carezze, litigi furibondi e riappacificazioni tra le lenzuola. E comunque il suo nuovo fidanzato era davvero un coglione.
<< Irascibile, il signore, oggi. Cos’è? Sceso dal letto col piede sbagliato? >>
Non le risposi e mi addentrai nella selva oscura dei miei pensieri, con quei due larghi occhi chiari a farmi da luce. Ripensavo alle parole di Fortini, al mio senso di colpa, ma soprattutto alle sue parole, alla sua ultima frase.
<< Nasciamo incendiari e moriamo pompieri. >>. L’aveva detto con un tono rassegnato, come chi sta rassegnando le dimissioni dalla Storia degli uomini, come chi vuole scendere dalla giostra e non può. Era questa la sua punizione? Non poter lasciare questo mondo neppure da morto? Questo il contrappasso? Nasciamo incendiari; moriamo pompieri. Per me era vero il contrario. Ero il contrappeso di Fortini.
Io da piccolo volevo fare il pompiere, poi crescendo ho iniziato a sentire un’attrazione irresistibile, un’attrazione bruciante per il fuoco. Sono diventato, alla fine, un piromane: piromane di sentimenti e passioni che ardevano come roveti biblici; piromane di boschi, dove campeggiavano le gigantografie sorridenti del nostro Ubu Roi e boy scout cattodeficienti.
Piromane senza polvere pirica, disarmato di fronte all’incendio doloroso di una vita che bruciava tutto: la sterpaglia secca dei ricordi, il grano nei campi e nelle tasche, le foreste di simboli e un Natale dietro l’altro, con i suoi boschi di abeti. Un piromane che s’infiamma per un non nulla, ma che poi viene a chiederti scusa, con il capo cosparso di cenere.
Un piromane: bruciato da troppi errori. E se errare è umano, perseverare è diabolico. Le fiamme dell’inferno, quindi, mi avrebbero accolto post mortem.
Una degna fine, il mio contrappasso: canto quinto, girone dei lussuriosi.
Senza neppure una Francesca con cui condividere l’eternità di quella pena.
Almeno così temevo. Ammesso e non concesso che qualche Francesca ci sia davvero all’inferno. Dante, del resto, era il sommo ballista.
E se lo era lui, perchè non poteva esserlo anche Shakespeare? Un altro che, sospettavo, doveva aver raccontato un mucchio di cazzate. Prendiamo Amleto. Amleto aveva torto marcio. Come il regno di Danimarca.

Il problema non era essere o non essere. Il problema era essere o malessere. Sembra facile scegliere: è evidente. E l’evidenza abbaglia, quando non salta agli occhi. Tutto semplice: apparentemente. L’evidenza, certo, ti arriva dritta in faccia, ma non ti dicono come: a me era arrivata con un dritto, un pugno da
peso massimo. Mi era saltata agli occhi, vero, ma facendomi un occhi nero e, non contenta, mi aveva colpito poi con un destro – sinistro allo stomaco. Il malessere era evidente: un malessere da gin, per la precisione.
Evidentemente avevo esagerato.
Corsi in bagno a vomitare: stavo male, ma non era quel malessere a preoccuparmi. Quello era dovuto a una legge di causa – effetto, una legge di fisica quantistica per fisici alcolizzati: quanto più alcol un corpo assume, tanto più ne dovrà poi espellere. Una legge, a ben vedere, anche calcistica, regolata da quell’arbitro inflessibile che si chiama fegato. Il malessere che più mi angosciava era, in realtà, quello dell’essere.
Essere e malessere sono opposti, ma contigui; speculari, ma differenti; rivali, ma solidali. Non puoi risolvere il dilemma, perchè non si escludono in modo chiaro: partecipano alla stessa società, sono soci in affari e per questo si amano, pur detestandosi: parenti serpenti, fratelli coltelli. Cugini, cucchiaini. (Fa schifo anche a me, cosa credete. Se l’ho messa è solo per fare un favore a un mio amico che voleva comparire in qualche modo in questo romanzo strampalato. Contento lui.) Dicevo, comunque, del
malessere.
Il malessere dell’essere: quando si è felici si dice che non c’è (verbo essere, indicativo presente) il malessere; quando si è depressi si dice “ho lo spleen”. Che in inglese vuol dire milza. Pensavo volesse dire fegato, ma ho appena controllato sul vocabolario. Vedete, nulla torna e tutto passa.
Come il malessere, dal fegato alla milza.
Il mio spleen aveva un nome (assenza dell’assenzio) e due larghi occhi chiari. Verdi, azzurri, grigi: in lei cambiavano sempre, l’unica costante era il sorriso. Un sorriso innocente e stupendo, un sorriso che nasceva dalle sue labbra come rami di perle dall’oceano. Un sorriso, il mio regno per quel sorriso. Un sorriso, su quel sorriso non tramonterà mai il sole.
Non ero nè Carlo V nè Riccardo III , ma Sirano Ataumasa. Un nome del cazzo d’accordo, ma, a differenza di loro, avevo il senso della frase. Ed ero anche un gran figo.

Chi ha tempo non cerchi tempo. Per una volta ero d’accordo. Volevo mettermi alla ricerca non del tempo perduto (quel compito spettava a Proust), ma dell’assenzio scomparso e di quei larghi occhi chiari. Avrei trovato così anche la loro legittima proprietaria.
Chiesi il conto e non pagai. Le lasciai un nichel di mancia, però. Avevo già pagato troppo la nostra relazione: ventotto giorni, un mese d’affitto salato, luce, super alcolici e regali inclusi. Un posto letto in cui avevano dormito in troppi per i miei gusti.
Passeggiavo per la strada, quando una donna alta, sottile, maestà di dolore chiamò a sè il mio sguardo. Fu un lampo… poi la notte! Notte eterna e il rumore disperato di una frenata tardiva. Troppo tardiva.
<< Tutti dobbiamo morire. Ricordalo. Oggi a lei, domani a te. >> cornacchiò un gufo vestito di stracci, un mendicante seduto sul marciapiede. Mi toccai, maledendo lui e tuti i profeti di sventura. E toccandomi sentii che in una tasca mi vibrava il cellulare.
<< Ciao, eh! Ti ho cercato tutta notte ieri… ma dove cazzo eri finito? >>
Era Gianmaria, il mio migliore amico.
<< Scusami, ma ero in miniera a lavorare con i sette nani e là sotto non c’era proprio campo! >>
<< Vabbè, raccontala a un altro. E’ da un po’ che non ci si vede, come va?
Che dici, stasera hai da fare? Ci vediamo per una birretta? >>
<< Io ho sempre da fare, ma per una “birretta” con te posso rinviare ogni impegno. Si fa per le dieci a casa tua? >>
<< Perfetto. A dopo allora >>
Niente da fare. Neppure quel giorno avrei concluso qualcosa. Del resto quel giorno si stava già concludendo di sua volontà e io decisi di assecondarlo, aiutandolo a finire in bellezza. Per questo avevo accettato l’invito del Gian: saremmo state due bellezze al bagno nella birra. Mi ripromisi, però,
che l’indomani sarei partito, lancia in resta e testa sulle spalle, alla ricerca dell’assenzio e di quel sorriso di corallo.
Non potevo più aspettare. Punto.
A capo.
O meglio, potevo ancora aspettare: ma solo il tempo di una “birretta”.

(fine del capitolo. il capitolo non voleva saperne di finire, così ho dovuto convincerlo con le cattive. l’ho freddato con un colpo di lupara. lupara bianca e inchiostro color sangue.)