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Il capitolo precedente forse vive ancora in qualche universo parallelo, non so se secondo la teoria di Hugh Everett III o se semplicemente abbia sbagliato strada anche lui.
Questo, invece, è un capitolo invernale ed è precisamente il 12+1. Non che io sia scaramantico (ho un gatto nero), semplicemente lo dovevo al mio amico Gesù. La sua ultima cena non è stata una gran serata e perseverare sarebbe stato diabolico. Inconcepibile per lui: così abbiamo voluto evitare che Giuda e il traditore si sedessero alla nostra tavola, sperando che non riuscissero a imbucarsi lo stesso, entrando dalla porta di servizio o di sottecchi. E sperando, soprattutto, di non vedere nel nostro volto il riflesso del vero traditore. Proprio per questo avevamo eliminato anche gli specchi.
Già, lo specchio. Il tradimento di sé stessi rivelato dalla lama di vetro che penetra dove nessun altro può osare. Ramon aveva provato a liberarmi dal mio doppio, dalla mia ombra, ma l’ombra non si cattura, ti segue ovunque, di giorno e di notte. Anche con la pioggia. Anche nell’Isola che non c’è.
E l’ombra è la prima a tradirti, la tua peggior consigliera, il grillo parlante rovesciato che ti spinge a essere cicala, a rinviare, ad aspettare che sia troppo tardi. Come arrivare l’ultimo dell’anno dopo che hanno lanciato già tutti i fuochi e i petardi. Tardi.
L’ombra ti spinge a tradire gli altri: quanti amici, quanti amori avevo tradito, quante volte con la scusa della noia avevo lasciato i libri nello zaino e le versioni di latino e greco da copiare la mattina dopo a scuola. Tradire la traduzione, che è sempre meno pesante che tradire la tradizione. E soprattutto meno pericoloso, se gli altri ci tengono alla loro tradizione: ti tagliano le mani se getti via il loro burka rassicurante indicandogli una nuova vita, un futuro diverso, il mare minaccioso, ma affascinante di un altrove che forse esiste solo nei tuoi sogni.
Io avevo tradito molto e tradotto poco. E di tradizionale avevo davvero poco.
Ma avevo la noia, la precarietà, l’assenza dell’assenzio, la malinconia: forse anche qualcosa di tradizionale, almeno come poeta maledetto.
E tra l’altro, coincidenza o destino, caso o necessità, la porta del bar si aprì.

Entrò lei, bella e alta, maestà di grazia e di portamento. Oscillava maliziosamente sui tacchi a spillo e sembrò per un attimo che il tempo si fosse sospeso: la sospensione del tempo era d’altronde una delle cose che conoscevo meglio. Dai tempi delle superiori, quando il preside stanco dei miei scherzi mi sospendeva con regolarità meticolosa, alle domeniche allo stadio con le partite sospese per nebbia o nubifragio; dai carichi sospesi del porto di Livorno, durante la pausa pranzo dei portuali ai Carichi Sospesi di Padova, grazioso locale da cui l’ultima volta fui cacciato per aver appeso uno alla porta. Evidentemente avevo sbagliato verbo e il senso della frase lì non era molto di casa.
Quando il tempo riprese a scorrere tumultuoso e incurante di tutto fuorchè di se stesso, lei continuò a camminare a passo leggero e mi stupì quando riuscì a piantarsi davanti a me con la forza e la fermezza di una statua di marmo.
<< Ti puoi spostare, gentilmente >> disse ferma, appunto, ma ilare, angelo di spensieratezza e di leggerezza.
<< Certo. Scusami. >>
Le intralciavo la strada, mentre già disegnavo e immaginavo altre strade e altri percorsi da inventare con la lingua sulla sua pelle. Ridisceso nella bassa cucina della realtà, compresi subito: era la nuova barista e voleva andare dietro il banco. La vita d’altra parte è molto spesso un banco dei pegni, dove per ogni grammo di felicità devi pagare chili di interessi di sofferenza e malinconia, sperando di non andare in bancarotta, ma è soprattutto un banco di prova, una sfida continua, terribile e incessante. Gli esami non finiscono mai e gli esami si fanno ognuno sul proprio banco: io, di mio, avevo scelto come banco quello di un bar. Non aiuta a vivere meglio, ma almeno a dimenticare a che ora dovrai consegnare il compito.

Era già arrivato il primo pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna.
Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.

(fine del capitolo perchè l’autore si deve riposare. con bottiglie di rum però)

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