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Avevo perso la patente, ma non pativo più di tanto. Ne avrei fatto senza: dovevo cercare quei larghi occhi chiari, dovevo raggiungere quel paese di balocchi rari e non mi avrebbe di certo fermato la polizia.
Mi fermai però al bar: non era ancora giunta ancora l’ora della verità, ma quella dell’aperitivo sì. Era scoccata da un pezzo. Come una freccia schizzai allora fuori di casa e raggiunsi gli amici al Guglielmo Tell, un locale in onore dell’eroe svizzero che osò sfidare l’autorità imperiale. Per restare in tema, presi una vodka alla mela. Verde, come i prati della Svizzera. Come la speranza o come il vomito di un ubriaco dopo una notte passata di locale in locale, sbalzato da locale a locale, scagliato come una pallina in un flipper impazzito. O come una freccia. Vedete, tutto torna. A volte.
In quel momento a me tornavano alla mente solo ricordi: di quando avevo lavorato alla casa discografica e avevo conosciuto Cinzia, una stagista tutta trucco e tutto inganno. Autoreggenti e tacchi a spillo: le prime per sedurti e intrappolarti nella loro rete di fibra, i secondi per bucarti il cuore come un palloncino, senza neppure un poliziotto a farti prima la prova. In fondo non ce ne sarebbe stato bisogno: al solo vederla ti ubriacavi di lei, del suo corpo, delle sue gambe.
La prima volta che la vidi non è che mi impressionai poi molto: ero ubriaco già di troppi Negroni per ubriacarmi anche di lei. Lei invece mi notò o, meglio, si annotò il mio numero di telefono chiedendolo a J-Ax degli Articolo 31. D’altra parte era il suo lavoro quello di prendere appunti: nessuno può dire che non si impegnasse e non ci mettesse la buona volontà. E la buona volontà, come diceva Gesù, non c’è dio che te la possa dare.
Il Giugiù diceva anche che degli uomini di buona volontà sarà il regno dei cieli. Sarà. Io, nel frattempo, mi accontentavo di un paradiso terrestre, di visitarlo con lei e di cogliere assieme il frutto del piacere. Non la mela, però: sarebbe stato un peccato perdere tutto quel bendidio per un frutto acerbo. Anche se, a essere sincero, perdere tutto a causa di una mela sarebbe un evento davvero inusuale, un peccato originale. Meglio comunque, un liquore alla mela.
La storia con Cinzia andò avanti per qualche settimana, tra alti e bassi, come un ottovolante impazzito, come un tedesco ubriaco in vacanza a Riccione. Otto al volante. La storia finì quando la cronaca si fece Storia e qualche anatomopatologo decise che era giunto il momento di vivisezionare il cadavere del nostro amore. Appena me ne accorsi decidi di impedirgli lo scempio: sottrassi il cadavere e lo bruciai. Fiamme di una passione che si stava spegnendo, che si era già spenta e allora a quel punto è meglio prendere il corpo dell’amore passato e cremarlo. Cenere eri e cenere ritornerai: amore e uomo, essere umano e banano, il paradiso terrestre non può essere eterno, ne va del buon nome di millenni di scolastica e teologia. Nonché della Genesi.

Sommerso da questi ricordi decisi di farmi salvare da un bicchiere di Galliano: non per altro, ma ero vestito da John e credevo ci stesse bene berci sopra il liquore giallo. E poi la fata verde era volata via, l’assenzio assente ingiustificato e abbinare liquore e pantaloni una giustificazione abbastanza solida per tacitare la coscienza e bere prima di pranzo.
Spararono a salve, spararono un salve, spararono a vista, si spararono una pista in settimana bianca, spararono cazzate e spararono a quei cazzoni dei cacciatori. Spararono per primi, perché chi spara per primo muore per ultimo, se ha buona mira.
Erano arrivati i miei amici, non erano affatto spariti.
<< Al cuore, Ramon, al cuore. >> sparai o meglio fafugliai, tartagliai, biascicai parole uuubriache che cadevano fradice a terra appena uscite di bocca. La forza di gravità liquida spingeva tutto verso il basso: polvere eri e polvere ritornerai e la polvere sta a terra. Vedete, tutto torna. Polvere, per la precisione. E per dispiacere alla precisione o forse perché troppo ubriaco, Ramon sbagliò mira.
La sua pallottola sbagliò strada, prese l’uscita prima e si trovò a Dolo, prese la via della seta e si trovò a morire di sete nel deserto del Gobi. Un colpo gobbo: centrò lo specchio e uccise uno che mi assomigliava, il mio doppio o forse un mio sosia. Omicidio doloso, comunque: tutto per aver sbagliato mira e uscita. Ramon non se ne dolse, però. L’aveva fatto apposta o forse era stata la mano di Dio a guidarlo, in fondo anche lui era argentino, per aiutarmi, per liberarmi dal mio malessere. Per salvarmi.

(capitolo finito o forse è finito solo il suo doppio e questo capitolo continua…. Chissà dove, chissà quando, chissà con chi…)