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Un Golem. Sull’incazzato però.
Sgranai gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco un mondo sfuocato , ma l’unica cosa che vidi fu una granata che brillò nell’aria di granito e un vortice di parole che si abbattè su una testa già abbattuta da troppi pensieri e drammi. La mia.
Carpii all’amo delle mie orecchie un << cazzo! >> << un’altra volta! >>.
Strano: io non ero mai stato a pesca, anche perché chi dorme non piglia pesci e io in quel momento stavo dormendo. E al massimo, poi, mi sarei fatto pescatore d’anime (come il mio amico Gesù) o di culi (come il mio amico Tinto Brass), non certo di carpe o di cazzi.
Era mia mamma. Sono tutte belle le mamme del mondo, ma la mia in quel momento più che bella era la belle dame sans merci.
<< Grazie tanto >> slabbrai qualche parola dalle labbra che cercavano a fatica di chiudersi dopo uno sbadiglio, come la balena di Giona. << Ma ti pare il modo di svegliarmi? >>
<< Guarda qua >> urlò la madre, che pareva la matrigna di Biancaneve tant’era inviperita e incattivita. Mi getttò sul letto una busta con la misteriosa dicitura: POLIZIA STRADALE.
<< E la mela? >> domandai titubante. Una mela al giorno male non fa, toglie il medico di torno, ma non la stradale, che essendo del mestiere non si fa seminare facilmente né gettare sull’asfalto rovente. Come un torsolo di mela, appunto.
Vedete, tutto torna, il cerchio si stringe, soprattutto alle tempie se hai passato una notte brava a fare bravate e a bere litri di rhum. Tutto torna, d’accordo, ma non i conti. Non questa volta. Non in casa mia, una casa che con la nobiltà aveva legami tanto antichi, quanto contradditori. Da parte di padre, infatti, ero erede di un fantomatico baronato siciliano, con tanto di stemma e di cattedra universitaria garantita all’Università di Messina. A casa di mia madre, invece, aveva sventolato sempre la bandiera dell’anarchia: tra l’altro credo il mio bisnonno fosse stato implicato nell’attentato al re Umberto I.
I conti comunque non tornavano e pazienza se arrestavano un Savoia e lo inzuppavano come un savoiardo nel lerciume delle patrie galere, ma rompere i coglioni a me, quello no. Ed è proprio quello che fecero. Io non sono autobiografico, ma prebiografico: scrivo e le cose poi mi accadono. Descrivo quello che mi accadrà: e nel capitolo prima dicevo di essere un cavaliere senza macchia e senza macchina. Mi ritirarono, infatti, la patente.
La lettera diceva che con l’ultima infrazione avevo perso tutti i punti che mi erano rimasti. Avevo perso ai punti, come un incontro di boxe, senza neppure un Tyson che mi mordesse un’orecchio o una pin-up che mi sussurrasse all’altro orecchio porcherie e frasi sconce per consolarmi della sconfitta. L’ultima infrazione: la questione di un’ attimo, una frazione di secondo, scatta il flash elettrico dell’autovelox e sei bello che gabbato. Arriva l’alba artificiale di un istante e tutto cade più veloce di Alba (la città). Ventitrè giorni. E tutto diventa una questione privata. E hai voglia a dare del Fenoglio allo sbirro che ti ha beccato.
E’ una questione privata, ma la racconto lo stesso, per condividere con voi tutta la mia vita, nella buona e nella cattiva sorte; nella ricchezza e nella povertà; nella malattia e nella salute; finchè morte non ci spari. E se siete fighe, è meglio.

La notte è il regno dei vampiri e dei mostri, dei poeti e dei solitari. E’ il rifugio di chi odia il giorno, dei fotofobici e dei fotosensibili, delle modelle fotogeniche e cocainomani dopo una sfilata e dei satiri che le rincorrono per le strade, ma la notte, è, soprattutto, una strada d’estate, una solitaria e poetica strada d’estate, quando una paletta taglia l’aria e dal nero della notte emergono mostri e vampiri.
<< Patente e libretto prego… >>
<< Eh? >> pensai, mentre cercavo di ricordarmi dove stava la patente e, soprattutto, cosa fosse il libretto.
<< Allora, si muove, per cortesia… >>
<< Un attimo, li sto cercando… eccoli qua! >>
L’essere con tratti antropomorfi, il mostro umano, troppo umano, che del super uomo non aveva neppure il fisico, mi guardava con sguardo altero e arcigno, con un’aria di sufficienza che sembrava voler dire: ma guardali ’sti imbecilli, ’sti smidollati, sempre tutti uguali, sempre a correre in giro il sabato notte, guardali questi irresponsabili…
<< Noi irresponsabili >> mormoro << conosciamo fin troppo a fondo il senso di responsabilità, è per questo che ce ne teniamo ben volentieri alla larga… >>
E lui, sentendo le mie parole, contrae la mascella, si stupisce, rimane attonito come un tonno in una scatoletta di acciughe, senza olio d’oliva, però, un tonno rimbambito al naturale, un pesce fuor d’acqua e già pronto per essere fritto. Si stupisce il mostro che la notte non ha mai digerito, crede, lui, che io legga nel pensiero, è inquieto, lo sento e fa di tutto per dimostrare il contrario.
<< Allora, mi dica >> eccolo, il tono sprezzante di un pericolo che non c’è, il tono del tutore dell’ordine schierato contro il caos che sfreccia nella notte tra mostri e pinte di birra << abbiamo bevuto questa sera, per caso? >>
Gli rispondo con ironia, l’arma più affilata e leggera, la lama dell’assurdo, il coltello dell’eccesso, la ghigliottina del “non” perchè il “non” non ha misura, è un di più o un di meno che si espande all’infinito; il “non” non ha senso, è un no-sense, è un no con una enne in più, ma quella enne porta con sè litri di ironia e di tequila, litri di parole e di silenzi, litri di storie passate dentro i bicchieri sporchi di un bar.
Sono bravo: in queste situazioni me la cavo da dio, riesco a cavare sempre un ragno dal buco, so sempre cosa dire, anche quando non so cosa sto dicendo…
<< Allora, sentiamo, avete, mica PER CASO, bevuto stasera? > > richiede l’omino dotato di pistola e paletta, ma poco dotato di materia grigia…
<< PER CASO, niente… mica abbiamo bevuto per caso… noi beviamo sempre per scelta, per scelta personale, per scelta responsabilmente irresponsabile… mai per caso… >>
<< Ah sì…?! >> non sa cosa rispondere, l’ho spiazzato come un piazzista che vi suona alla porta e vi vende un’enciclopedia sulle malattie infettive degli opossum che tanto non consulterete mai.
<< Sì, sa com’è… è sabato sera, siamo stati prima ad una festa spagnola: tequila mariachi e sangria, ha presente? Come nella canzone di Capossela, che non sarà il modello della sobrietà e del rigore, ma ha pur sempre sposato una modella di Versace… qualcosa vorrà pur dire, no?! Poi, siamo passati in un’osteria, proprietario un nostro amico: era da mesi che non lo vedavamo, così una parola tira l’altra, un bicchiere via l’altro e via che sono scivolate un paio di bottiglie di Sangue di Cristo. Divino, veramente… Continuo o vuole che smetta? >>
Lui tace, quindi io proseguo, riempiendo anche il suo vuoto, un’assenza silenziosa e neutra, come un mare di nebbia e di noia. D’altra parte, il tempo sfugge veloce, alla velocità d’un battito d’ali che non riesci mai a fermare, e l’unico modo per riempirlo è colmarlo di parole: parole vuote, piene, parole che sono sassi o piume, parole nuove come un passerotto implume o antiche come il cadavere della storia, parole che sono, alla fine, solo parole, un’accozzaglia di lettere unite dal caso. Tutto scorre diceva Eraclito. Anche la birra a spina.
<< Insomma, ci siamo divertiti e poi, mentre stavamo uscendo >> continuo io << lui mi dice “il signore ci lascia?”, e io gli rispondo “vecchio mio, il signore ci ha già lasciati: dio è morto” e ci ha offerto un paio di pampero e pera. >>
Il tutore dell’ordine mi guarda con occhi stralunati, non sa come reagire, cosa presagire, non sa come comportarsi, è abituato all’ordine, alla divisa e all’unità della regole di polizia, lui non sa del caos, lui non sa dell’assurdo. Il “non” lo sta ingoiando, lentamente, ma inesorabilmente, come un gigante nero che succhia la linfa vitale, come un vampiro che succhia il senso dal mondo e libera il “non”. A dismisura, all’infinito. Senza chiedere permesso, come un messo comunale che viene a pignorarti i mobili. Non c’è scelta, è necessità casuale o caso necessario, determinismo illogico che apre, per gli scherzi della storia, ampi orizzonti di libertà.
<< Lei sa che si sta cacciando nei guai, vero? Ma lo sa lei cosa sono i guai? >> cerca di rispondermi.
<< No, sinceramente so molto poco dei guai, però in compenso loro sanno tutto di me. Sono dei guardoni che spiano la mia vita ad ogni ora, che attendono l’attimo giusto per insinuarsi, anche se non invitati, alla mia festa… sono come poliziotti che ti interrompono il party a mezzanotte e mezza…>>
<< Come, scusi? >>
<< Nulla, lasci perdere… >>
Sembrava una marionetta spettrale animata dal niente, un fantasma obeso che non ci sta nel lenzuolo, un essere nè carne nè pesce. Forse è fatto di formaggio, come il fantasma, sospeso nell’assenza, un troglodita che il senso della frase non sa neppure dove stia di casa, però in compenso conosceva fin troppo bene il senso della legge.
<< Bevuto altro? >> chiede lui, con fare ironico, ma sembrava la battuta reciclata da uno di quei vecchi telefim anni Settanta, quando le patenti a punti non c’erano e Poncharello più che uno sbirro sembrava un fighetto entrato in polizia solo per rimorchiare.
<< Boh, qualche Corona, credo… anche se a me i simboli regali non piacciono molto, ma per la birra faccio sempre un’eccezione… >>
<< Ah, sei pure un marxista? >> mi chiedeva con aria incazzosa.
<< No, sono un anarchico situazionista. Di origini nobili, però. Ho letto il capitale in edizione rilegata. Un libro costossisimo. Un autentico paradosso. A meno che non avesse ragione il vecchio Karl, lui in fondo era Marx, mica un marxista. >>
<< Comunque, mi segua, credo proprio di essere costretto a farle l’etilometro… >>
<< Dopo tutto quello che le ho raccontato? Perché? Non mi crede? >> risposi, con tono irreale e surreale, patafisico e metafisico insieme.
Lui tacque, non cogliendo l’ironia distruttiva della mia frase. D’altronde l’aveva detto Marx che i fatti nella storia si presentano due volte, la prima come tragedia le seconda come farsa. E quella era la seconda volta che soffiavo dentro l’etilometro.
<< Soffi a pieni polmoni >> mi disse rimboccandosi i pantaloni neri e le strisce rosse.
<< Non posso, ho l’asma e poi ho paura che salti tutto qua… >>
<< Allora mi vedrò costretto a ritirarle la patente >> mi fa lui.
<< Beh, se proprio ci tiene, se crede che sia indispensabile, vuole anche il libretto o quello me lo lascia come ricordo? >>
<< Solo la patente… >>
<< Eh no >> replico io, che a replicare sono sempre stato bravo, anche quando le repliche è meglio non farle, perchè sullo schermo sono già passati i titoli di coda e il cinema è vuoto e lo spettacolo finito, anche quando il finale di partita è terminato e hai perso ai rigori un mondiale. <<No, solo la patente no >> continuo io, imperterrito, mentre il mio amico mi guarda dalla macchina sorridente << io le do allora anche la carta d’identità. Tò, tenga qua! >>
Gli lascio nelle mani patente e carta d’identità, rimonto in macchina e riparto. Lui sta là, fermo immobile, come un soprammobile coperto di polvere e dimenticato chissà dove in un angolo della casa. Non replica, non mi insegue, non parla, non non non… il “non” ormai è diventato l’infinito, ha perso la misura ed è partito senza cintura verso nuove terre vergini, verso nuove vergini senza terra, verso nuovi posti di blocco e posti bloccati, prenotati da mesi nelle prime file di un concerto. E’ partito, ubriaco di saggezza e di vino, ubriaco di non senso e di se stesso. Ubriaco e basta, che ci vede doppio.
Arrivati quasi a casa, il mio amico si rianimò, è come se si fosse svegliasse, come se fosse appena scivolato fuori da un sogno, però senza cadere dal letto. E’ un po’ malinconico e triste, però sorride.
<< Sai >> mi dice << sono sempre stato un tuo ammiratore. >>
<< Anch’io. >>
<< Che onore. >>
<< Non parlavo di te. Anch’io sono un mio ammiratore. >>
Lui sorride e il buio si perde nell’alba, l’auto va lungo la strada dritta e il “non” mi strizza l’occhio mentre vola sopra le nostre teste, come un superman sbronzo fatto di kryptonite.

In questa storia, di patenti, di punti guadagnati e punti persi, di punti croce e testa o croce; in questa storia di patenti e sofferenti, di tutine nere a righe rosse, di contaminati dalla sangria e dalla tequila; in questa storia nottura, insomma, ci dev’essere una morale. E anche un’etica. O un’etilica.
A me sono sfuggite.
Provateci voi.

(il capitolo è finito. Anzi, è stato ritirato.)

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