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Era già arrivato il pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna. Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.
E mi dimenticai di Francesca. Per sempre.

Per sempre è un diamante, un ricordo o una condanna all’ergastolo. La condanna a morte no, non è per sempre, anzi quella è la pena più breve che ci sia: questione di un attimo e zac penzoli come un salame stagionato. Certo, moralmente può non essere il massimo, ma alla fine quante persone, quante esperienze passate, quanti sogni futuri, quanti presenti sono diventati assenze, condanne a morte simboliche e figurate, ma non per questo prive di dolore e sofferenza?
Quindi forse non dimenticai Francesca per sempre, semplicemente condannai quel sogno vissuto, quel ricordo di un futuro a morte e lo abbandonai in fondo a un cassetto, lo incassai nella stiva di una nave che salpava per le Americhe, la più grande nave di tutti i tempi, pronta a cozzare contro un iceberg.
Elaborai il lutto, fino in fondo, fino alla fine del mondo. Tutto il lutto, come un putto in un quadro rinascimentale che beve dalla coppa di Bacco, usque ad fundum, vuotando il bicchiere e divertendomi poi a guardare il mondo da quel fondo: immagini bellissime, caleidoscopio di colori e valori, scale a chiocciola per raggiungere i valori decaduti e scale mobili per lottare contro l’inflazione; una visione storta, come il cammino di un ubriaco, surreale come un quadro di Dalì, singolare come un numero grammaticale. In casi estremi e alla soglia del coma etilico, anche la visione di un visone con al collo una pelliccia di una vecchia cicciona.
L’universo in una goccia, insomma; e comunque sempre meglio che essere una goccia persa nel mare dell’universo.
Così guatando e guardando passavano i minuti che crescendo diventavano ore e le ore non pregavano pro nobis ma solo pro vino, perché in vino veritas e in homo vanitas. Io, che ero uomo e pure spesso ubriaco, ero in effetti veramente vanitoso. Credevo anche, nel delirio tremante dell’ebbro putto di vino (Dioniso il caprino), che il mondo girasse intorno a me, che lo stesso Tempo fosse piegato ai miei voleri, come gli orologi molli di Dalì: gira la lancetta e fai la tua puntata, un po’ come un giro di roulette al Casinò di Montecarlo, con il vantaggio che non perdevi fiches e soldi scommessi, ma solo tempo. Tempo perso, insomma.
Perdendo tempo, persi anche la cognizione dello spazio, il cui concetto come insegnano Einstein e la teoria della relatività, è ben collegato a quello di tempo: in un colpo solo, quindi, persi due piccioni con una fava. Anzi, tre, perché, nel frattempo, se n’era andata anche la barista capelli-di-fata occhi-di-mare e bocca-di-fuoco (almeno così speravo e poi cromaticamente giallo verde e rosso stanno bene assieme).
Rimanemmo solo io e il proprietario, nonché mio amico nonché ex attore di film hard che si vantava di aver scoperto il talento di Eva Henger, prima che quest’ultima si metesse col gabibbo. Sic transit gloria mundi.
Io e lui sembravamo il gatto e la volpe senza Pinocchio, Qui e Quo senza Qua, i tre re magi senza Baldassare fermato alla frontiera per via della mirra, Aldo e Giovanni senza Giacomo. Ci sentivamo anche un po’ i Sette a Tebe senza gli altri quattro, ma cercare altri quattro amici per prolungare la serata di altre ventiquattro ore sarebbe stato troppo un casino, così decidemmo di chiamarne solo uno, ben sapendo che avrebbe portato con sé una tribù che neppure l’esercito americano pronto ad invadere l’Iraq era così numeroso.

(capitolo in attesa. Dell’arrivo degli amici, ovviamente. E di un’altra bottiglia di rum, perché il rum è come gli amici: non è mai di troppo)

Il capitolo precedente forse vive ancora in qualche universo parallelo, non so se secondo la teoria di Hugh Everett III o se semplicemente abbia sbagliato strada anche lui.
Questo, invece, è un capitolo invernale ed è precisamente il 12+1. Non che io sia scaramantico (ho un gatto nero), semplicemente lo dovevo al mio amico Gesù. La sua ultima cena non è stata una gran serata e perseverare sarebbe stato diabolico. Inconcepibile per lui: così abbiamo voluto evitare che Giuda e il traditore si sedessero alla nostra tavola, sperando che non riuscissero a imbucarsi lo stesso, entrando dalla porta di servizio o di sottecchi. E sperando, soprattutto, di non vedere nel nostro volto il riflesso del vero traditore. Proprio per questo avevamo eliminato anche gli specchi.
Già, lo specchio. Il tradimento di sé stessi rivelato dalla lama di vetro che penetra dove nessun altro può osare. Ramon aveva provato a liberarmi dal mio doppio, dalla mia ombra, ma l’ombra non si cattura, ti segue ovunque, di giorno e di notte. Anche con la pioggia. Anche nell’Isola che non c’è.
E l’ombra è la prima a tradirti, la tua peggior consigliera, il grillo parlante rovesciato che ti spinge a essere cicala, a rinviare, ad aspettare che sia troppo tardi. Come arrivare l’ultimo dell’anno dopo che hanno lanciato già tutti i fuochi e i petardi. Tardi.
L’ombra ti spinge a tradire gli altri: quanti amici, quanti amori avevo tradito, quante volte con la scusa della noia avevo lasciato i libri nello zaino e le versioni di latino e greco da copiare la mattina dopo a scuola. Tradire la traduzione, che è sempre meno pesante che tradire la tradizione. E soprattutto meno pericoloso, se gli altri ci tengono alla loro tradizione: ti tagliano le mani se getti via il loro burka rassicurante indicandogli una nuova vita, un futuro diverso, il mare minaccioso, ma affascinante di un altrove che forse esiste solo nei tuoi sogni.
Io avevo tradito molto e tradotto poco. E di tradizionale avevo davvero poco.
Ma avevo la noia, la precarietà, l’assenza dell’assenzio, la malinconia: forse anche qualcosa di tradizionale, almeno come poeta maledetto.
E tra l’altro, coincidenza o destino, caso o necessità, la porta del bar si aprì.

Entrò lei, bella e alta, maestà di grazia e di portamento. Oscillava maliziosamente sui tacchi a spillo e sembrò per un attimo che il tempo si fosse sospeso: la sospensione del tempo era d’altronde una delle cose che conoscevo meglio. Dai tempi delle superiori, quando il preside stanco dei miei scherzi mi sospendeva con regolarità meticolosa, alle domeniche allo stadio con le partite sospese per nebbia o nubifragio; dai carichi sospesi del porto di Livorno, durante la pausa pranzo dei portuali ai Carichi Sospesi di Padova, grazioso locale da cui l’ultima volta fui cacciato per aver appeso uno alla porta. Evidentemente avevo sbagliato verbo e il senso della frase lì non era molto di casa.
Quando il tempo riprese a scorrere tumultuoso e incurante di tutto fuorchè di se stesso, lei continuò a camminare a passo leggero e mi stupì quando riuscì a piantarsi davanti a me con la forza e la fermezza di una statua di marmo.
<< Ti puoi spostare, gentilmente >> disse ferma, appunto, ma ilare, angelo di spensieratezza e di leggerezza.
<< Certo. Scusami. >>
Le intralciavo la strada, mentre già disegnavo e immaginavo altre strade e altri percorsi da inventare con la lingua sulla sua pelle. Ridisceso nella bassa cucina della realtà, compresi subito: era la nuova barista e voleva andare dietro il banco. La vita d’altra parte è molto spesso un banco dei pegni, dove per ogni grammo di felicità devi pagare chili di interessi di sofferenza e malinconia, sperando di non andare in bancarotta, ma è soprattutto un banco di prova, una sfida continua, terribile e incessante. Gli esami non finiscono mai e gli esami si fanno ognuno sul proprio banco: io, di mio, avevo scelto come banco quello di un bar. Non aiuta a vivere meglio, ma almeno a dimenticare a che ora dovrai consegnare il compito.

Era già arrivato il primo pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna.
Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.

(fine del capitolo perchè l’autore si deve riposare. con bottiglie di rum però)

Avevo perso la patente, ma non pativo più di tanto. Ne avrei fatto senza: dovevo cercare quei larghi occhi chiari, dovevo raggiungere quel paese di balocchi rari e non mi avrebbe di certo fermato la polizia.
Mi fermai però al bar: non era ancora giunta ancora l’ora della verità, ma quella dell’aperitivo sì. Era scoccata da un pezzo. Come una freccia schizzai allora fuori di casa e raggiunsi gli amici al Guglielmo Tell, un locale in onore dell’eroe svizzero che osò sfidare l’autorità imperiale. Per restare in tema, presi una vodka alla mela. Verde, come i prati della Svizzera. Come la speranza o come il vomito di un ubriaco dopo una notte passata di locale in locale, sbalzato da locale a locale, scagliato come una pallina in un flipper impazzito. O come una freccia. Vedete, tutto torna. A volte.
In quel momento a me tornavano alla mente solo ricordi: di quando avevo lavorato alla casa discografica e avevo conosciuto Cinzia, una stagista tutta trucco e tutto inganno. Autoreggenti e tacchi a spillo: le prime per sedurti e intrappolarti nella loro rete di fibra, i secondi per bucarti il cuore come un palloncino, senza neppure un poliziotto a farti prima la prova. In fondo non ce ne sarebbe stato bisogno: al solo vederla ti ubriacavi di lei, del suo corpo, delle sue gambe.
La prima volta che la vidi non è che mi impressionai poi molto: ero ubriaco già di troppi Negroni per ubriacarmi anche di lei. Lei invece mi notò o, meglio, si annotò il mio numero di telefono chiedendolo a J-Ax degli Articolo 31. D’altra parte era il suo lavoro quello di prendere appunti: nessuno può dire che non si impegnasse e non ci mettesse la buona volontà. E la buona volontà, come diceva Gesù, non c’è dio che te la possa dare.
Il Giugiù diceva anche che degli uomini di buona volontà sarà il regno dei cieli. Sarà. Io, nel frattempo, mi accontentavo di un paradiso terrestre, di visitarlo con lei e di cogliere assieme il frutto del piacere. Non la mela, però: sarebbe stato un peccato perdere tutto quel bendidio per un frutto acerbo. Anche se, a essere sincero, perdere tutto a causa di una mela sarebbe un evento davvero inusuale, un peccato originale. Meglio comunque, un liquore alla mela.
La storia con Cinzia andò avanti per qualche settimana, tra alti e bassi, come un ottovolante impazzito, come un tedesco ubriaco in vacanza a Riccione. Otto al volante. La storia finì quando la cronaca si fece Storia e qualche anatomopatologo decise che era giunto il momento di vivisezionare il cadavere del nostro amore. Appena me ne accorsi decidi di impedirgli lo scempio: sottrassi il cadavere e lo bruciai. Fiamme di una passione che si stava spegnendo, che si era già spenta e allora a quel punto è meglio prendere il corpo dell’amore passato e cremarlo. Cenere eri e cenere ritornerai: amore e uomo, essere umano e banano, il paradiso terrestre non può essere eterno, ne va del buon nome di millenni di scolastica e teologia. Nonché della Genesi.

Sommerso da questi ricordi decisi di farmi salvare da un bicchiere di Galliano: non per altro, ma ero vestito da John e credevo ci stesse bene berci sopra il liquore giallo. E poi la fata verde era volata via, l’assenzio assente ingiustificato e abbinare liquore e pantaloni una giustificazione abbastanza solida per tacitare la coscienza e bere prima di pranzo.
Spararono a salve, spararono un salve, spararono a vista, si spararono una pista in settimana bianca, spararono cazzate e spararono a quei cazzoni dei cacciatori. Spararono per primi, perché chi spara per primo muore per ultimo, se ha buona mira.
Erano arrivati i miei amici, non erano affatto spariti.
<< Al cuore, Ramon, al cuore. >> sparai o meglio fafugliai, tartagliai, biascicai parole uuubriache che cadevano fradice a terra appena uscite di bocca. La forza di gravità liquida spingeva tutto verso il basso: polvere eri e polvere ritornerai e la polvere sta a terra. Vedete, tutto torna. Polvere, per la precisione. E per dispiacere alla precisione o forse perché troppo ubriaco, Ramon sbagliò mira.
La sua pallottola sbagliò strada, prese l’uscita prima e si trovò a Dolo, prese la via della seta e si trovò a morire di sete nel deserto del Gobi. Un colpo gobbo: centrò lo specchio e uccise uno che mi assomigliava, il mio doppio o forse un mio sosia. Omicidio doloso, comunque: tutto per aver sbagliato mira e uscita. Ramon non se ne dolse, però. L’aveva fatto apposta o forse era stata la mano di Dio a guidarlo, in fondo anche lui era argentino, per aiutarmi, per liberarmi dal mio malessere. Per salvarmi.

(capitolo finito o forse è finito solo il suo doppio e questo capitolo continua…. Chissà dove, chissà quando, chissà con chi…)

Un Golem. Sull’incazzato però.
Sgranai gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco un mondo sfuocato , ma l’unica cosa che vidi fu una granata che brillò nell’aria di granito e un vortice di parole che si abbattè su una testa già abbattuta da troppi pensieri e drammi. La mia.
Carpii all’amo delle mie orecchie un << cazzo! >> << un’altra volta! >>.
Strano: io non ero mai stato a pesca, anche perché chi dorme non piglia pesci e io in quel momento stavo dormendo. E al massimo, poi, mi sarei fatto pescatore d’anime (come il mio amico Gesù) o di culi (come il mio amico Tinto Brass), non certo di carpe o di cazzi.
Era mia mamma. Sono tutte belle le mamme del mondo, ma la mia in quel momento più che bella era la belle dame sans merci.
<< Grazie tanto >> slabbrai qualche parola dalle labbra che cercavano a fatica di chiudersi dopo uno sbadiglio, come la balena di Giona. << Ma ti pare il modo di svegliarmi? >>
<< Guarda qua >> urlò la madre, che pareva la matrigna di Biancaneve tant’era inviperita e incattivita. Mi getttò sul letto una busta con la misteriosa dicitura: POLIZIA STRADALE.
<< E la mela? >> domandai titubante. Una mela al giorno male non fa, toglie il medico di torno, ma non la stradale, che essendo del mestiere non si fa seminare facilmente né gettare sull’asfalto rovente. Come un torsolo di mela, appunto.
Vedete, tutto torna, il cerchio si stringe, soprattutto alle tempie se hai passato una notte brava a fare bravate e a bere litri di rhum. Tutto torna, d’accordo, ma non i conti. Non questa volta. Non in casa mia, una casa che con la nobiltà aveva legami tanto antichi, quanto contradditori. Da parte di padre, infatti, ero erede di un fantomatico baronato siciliano, con tanto di stemma e di cattedra universitaria garantita all’Università di Messina. A casa di mia madre, invece, aveva sventolato sempre la bandiera dell’anarchia: tra l’altro credo il mio bisnonno fosse stato implicato nell’attentato al re Umberto I.
I conti comunque non tornavano e pazienza se arrestavano un Savoia e lo inzuppavano come un savoiardo nel lerciume delle patrie galere, ma rompere i coglioni a me, quello no. Ed è proprio quello che fecero. Io non sono autobiografico, ma prebiografico: scrivo e le cose poi mi accadono. Descrivo quello che mi accadrà: e nel capitolo prima dicevo di essere un cavaliere senza macchia e senza macchina. Mi ritirarono, infatti, la patente.
La lettera diceva che con l’ultima infrazione avevo perso tutti i punti che mi erano rimasti. Avevo perso ai punti, come un incontro di boxe, senza neppure un Tyson che mi mordesse un’orecchio o una pin-up che mi sussurrasse all’altro orecchio porcherie e frasi sconce per consolarmi della sconfitta. L’ultima infrazione: la questione di un’ attimo, una frazione di secondo, scatta il flash elettrico dell’autovelox e sei bello che gabbato. Arriva l’alba artificiale di un istante e tutto cade più veloce di Alba (la città). Ventitrè giorni. E tutto diventa una questione privata. E hai voglia a dare del Fenoglio allo sbirro che ti ha beccato.
E’ una questione privata, ma la racconto lo stesso, per condividere con voi tutta la mia vita, nella buona e nella cattiva sorte; nella ricchezza e nella povertà; nella malattia e nella salute; finchè morte non ci spari. E se siete fighe, è meglio.

La notte è il regno dei vampiri e dei mostri, dei poeti e dei solitari. E’ il rifugio di chi odia il giorno, dei fotofobici e dei fotosensibili, delle modelle fotogeniche e cocainomani dopo una sfilata e dei satiri che le rincorrono per le strade, ma la notte, è, soprattutto, una strada d’estate, una solitaria e poetica strada d’estate, quando una paletta taglia l’aria e dal nero della notte emergono mostri e vampiri.
<< Patente e libretto prego… >>
<< Eh? >> pensai, mentre cercavo di ricordarmi dove stava la patente e, soprattutto, cosa fosse il libretto.
<< Allora, si muove, per cortesia… >>
<< Un attimo, li sto cercando… eccoli qua! >>
L’essere con tratti antropomorfi, il mostro umano, troppo umano, che del super uomo non aveva neppure il fisico, mi guardava con sguardo altero e arcigno, con un’aria di sufficienza che sembrava voler dire: ma guardali ’sti imbecilli, ’sti smidollati, sempre tutti uguali, sempre a correre in giro il sabato notte, guardali questi irresponsabili…
<< Noi irresponsabili >> mormoro << conosciamo fin troppo a fondo il senso di responsabilità, è per questo che ce ne teniamo ben volentieri alla larga… >>
E lui, sentendo le mie parole, contrae la mascella, si stupisce, rimane attonito come un tonno in una scatoletta di acciughe, senza olio d’oliva, però, un tonno rimbambito al naturale, un pesce fuor d’acqua e già pronto per essere fritto. Si stupisce il mostro che la notte non ha mai digerito, crede, lui, che io legga nel pensiero, è inquieto, lo sento e fa di tutto per dimostrare il contrario.
<< Allora, mi dica >> eccolo, il tono sprezzante di un pericolo che non c’è, il tono del tutore dell’ordine schierato contro il caos che sfreccia nella notte tra mostri e pinte di birra << abbiamo bevuto questa sera, per caso? >>
Gli rispondo con ironia, l’arma più affilata e leggera, la lama dell’assurdo, il coltello dell’eccesso, la ghigliottina del “non” perchè il “non” non ha misura, è un di più o un di meno che si espande all’infinito; il “non” non ha senso, è un no-sense, è un no con una enne in più, ma quella enne porta con sè litri di ironia e di tequila, litri di parole e di silenzi, litri di storie passate dentro i bicchieri sporchi di un bar.
Sono bravo: in queste situazioni me la cavo da dio, riesco a cavare sempre un ragno dal buco, so sempre cosa dire, anche quando non so cosa sto dicendo…
<< Allora, sentiamo, avete, mica PER CASO, bevuto stasera? > > richiede l’omino dotato di pistola e paletta, ma poco dotato di materia grigia…
<< PER CASO, niente… mica abbiamo bevuto per caso… noi beviamo sempre per scelta, per scelta personale, per scelta responsabilmente irresponsabile… mai per caso… >>
<< Ah sì…?! >> non sa cosa rispondere, l’ho spiazzato come un piazzista che vi suona alla porta e vi vende un’enciclopedia sulle malattie infettive degli opossum che tanto non consulterete mai.
<< Sì, sa com’è… è sabato sera, siamo stati prima ad una festa spagnola: tequila mariachi e sangria, ha presente? Come nella canzone di Capossela, che non sarà il modello della sobrietà e del rigore, ma ha pur sempre sposato una modella di Versace… qualcosa vorrà pur dire, no?! Poi, siamo passati in un’osteria, proprietario un nostro amico: era da mesi che non lo vedavamo, così una parola tira l’altra, un bicchiere via l’altro e via che sono scivolate un paio di bottiglie di Sangue di Cristo. Divino, veramente… Continuo o vuole che smetta? >>
Lui tace, quindi io proseguo, riempiendo anche il suo vuoto, un’assenza silenziosa e neutra, come un mare di nebbia e di noia. D’altra parte, il tempo sfugge veloce, alla velocità d’un battito d’ali che non riesci mai a fermare, e l’unico modo per riempirlo è colmarlo di parole: parole vuote, piene, parole che sono sassi o piume, parole nuove come un passerotto implume o antiche come il cadavere della storia, parole che sono, alla fine, solo parole, un’accozzaglia di lettere unite dal caso. Tutto scorre diceva Eraclito. Anche la birra a spina.
<< Insomma, ci siamo divertiti e poi, mentre stavamo uscendo >> continuo io << lui mi dice “il signore ci lascia?”, e io gli rispondo “vecchio mio, il signore ci ha già lasciati: dio è morto” e ci ha offerto un paio di pampero e pera. >>
Il tutore dell’ordine mi guarda con occhi stralunati, non sa come reagire, cosa presagire, non sa come comportarsi, è abituato all’ordine, alla divisa e all’unità della regole di polizia, lui non sa del caos, lui non sa dell’assurdo. Il “non” lo sta ingoiando, lentamente, ma inesorabilmente, come un gigante nero che succhia la linfa vitale, come un vampiro che succhia il senso dal mondo e libera il “non”. A dismisura, all’infinito. Senza chiedere permesso, come un messo comunale che viene a pignorarti i mobili. Non c’è scelta, è necessità casuale o caso necessario, determinismo illogico che apre, per gli scherzi della storia, ampi orizzonti di libertà.
<< Lei sa che si sta cacciando nei guai, vero? Ma lo sa lei cosa sono i guai? >> cerca di rispondermi.
<< No, sinceramente so molto poco dei guai, però in compenso loro sanno tutto di me. Sono dei guardoni che spiano la mia vita ad ogni ora, che attendono l’attimo giusto per insinuarsi, anche se non invitati, alla mia festa… sono come poliziotti che ti interrompono il party a mezzanotte e mezza…>>
<< Come, scusi? >>
<< Nulla, lasci perdere… >>
Sembrava una marionetta spettrale animata dal niente, un fantasma obeso che non ci sta nel lenzuolo, un essere nè carne nè pesce. Forse è fatto di formaggio, come il fantasma, sospeso nell’assenza, un troglodita che il senso della frase non sa neppure dove stia di casa, però in compenso conosceva fin troppo bene il senso della legge.
<< Bevuto altro? >> chiede lui, con fare ironico, ma sembrava la battuta reciclata da uno di quei vecchi telefim anni Settanta, quando le patenti a punti non c’erano e Poncharello più che uno sbirro sembrava un fighetto entrato in polizia solo per rimorchiare.
<< Boh, qualche Corona, credo… anche se a me i simboli regali non piacciono molto, ma per la birra faccio sempre un’eccezione… >>
<< Ah, sei pure un marxista? >> mi chiedeva con aria incazzosa.
<< No, sono un anarchico situazionista. Di origini nobili, però. Ho letto il capitale in edizione rilegata. Un libro costossisimo. Un autentico paradosso. A meno che non avesse ragione il vecchio Karl, lui in fondo era Marx, mica un marxista. >>
<< Comunque, mi segua, credo proprio di essere costretto a farle l’etilometro… >>
<< Dopo tutto quello che le ho raccontato? Perché? Non mi crede? >> risposi, con tono irreale e surreale, patafisico e metafisico insieme.
Lui tacque, non cogliendo l’ironia distruttiva della mia frase. D’altronde l’aveva detto Marx che i fatti nella storia si presentano due volte, la prima come tragedia le seconda come farsa. E quella era la seconda volta che soffiavo dentro l’etilometro.
<< Soffi a pieni polmoni >> mi disse rimboccandosi i pantaloni neri e le strisce rosse.
<< Non posso, ho l’asma e poi ho paura che salti tutto qua… >>
<< Allora mi vedrò costretto a ritirarle la patente >> mi fa lui.
<< Beh, se proprio ci tiene, se crede che sia indispensabile, vuole anche il libretto o quello me lo lascia come ricordo? >>
<< Solo la patente… >>
<< Eh no >> replico io, che a replicare sono sempre stato bravo, anche quando le repliche è meglio non farle, perchè sullo schermo sono già passati i titoli di coda e il cinema è vuoto e lo spettacolo finito, anche quando il finale di partita è terminato e hai perso ai rigori un mondiale. <<No, solo la patente no >> continuo io, imperterrito, mentre il mio amico mi guarda dalla macchina sorridente << io le do allora anche la carta d’identità. Tò, tenga qua! >>
Gli lascio nelle mani patente e carta d’identità, rimonto in macchina e riparto. Lui sta là, fermo immobile, come un soprammobile coperto di polvere e dimenticato chissà dove in un angolo della casa. Non replica, non mi insegue, non parla, non non non… il “non” ormai è diventato l’infinito, ha perso la misura ed è partito senza cintura verso nuove terre vergini, verso nuove vergini senza terra, verso nuovi posti di blocco e posti bloccati, prenotati da mesi nelle prime file di un concerto. E’ partito, ubriaco di saggezza e di vino, ubriaco di non senso e di se stesso. Ubriaco e basta, che ci vede doppio.
Arrivati quasi a casa, il mio amico si rianimò, è come se si fosse svegliasse, come se fosse appena scivolato fuori da un sogno, però senza cadere dal letto. E’ un po’ malinconico e triste, però sorride.
<< Sai >> mi dice << sono sempre stato un tuo ammiratore. >>
<< Anch’io. >>
<< Che onore. >>
<< Non parlavo di te. Anch’io sono un mio ammiratore. >>
Lui sorride e il buio si perde nell’alba, l’auto va lungo la strada dritta e il “non” mi strizza l’occhio mentre vola sopra le nostre teste, come un superman sbronzo fatto di kryptonite.

In questa storia, di patenti, di punti guadagnati e punti persi, di punti croce e testa o croce; in questa storia di patenti e sofferenti, di tutine nere a righe rosse, di contaminati dalla sangria e dalla tequila; in questa storia nottura, insomma, ci dev’essere una morale. E anche un’etica. O un’etilica.
A me sono sfuggite.
Provateci voi.

(il capitolo è finito. Anzi, è stato ritirato.)

<< Sara, svegliati. E’ Sirano al telefono… >>
Erano le sette di mattina, ma non doveva andare a scuola. Sara la scuola l’aveva finita da un pezzo. Io invece stavo per andare a dormire, ma prima avevo deciso di chiamarla. Volevo chiamarla per chiederle di vederci, per raccontarle dell’assenzio e di quei due larghi occhi chiari.

Apro parentesi: (. Io sono l’autore di questo romanzo d’appendice: lo so che vi state chiedendo chi cazzo sia questa Sara – forse vi chiedete anche chi sia Sirano e questo sarebbe più grave – e so anche che il romanzo, l’intero romanzo che doveva essere intero, vi sta arrivando a pezzi e a brandelli. Ma non è colpa mia se il mio editore è un fallito alcolizzato che ha deciso di farlo a fette. Quanto a me, beh, io l’avevo bruciato ancora prima d’iniziarlo. Ve l’ho detto, sono un piromane e poi ho come modello Kafka. Comunque, faccio il punto: . E’ gratis. Bevete alla mia salute e alla mia salvezza. Un breve riassunto, un sunto: il protagonista si chiama Sirano ed è un simpatico lazzarone amico di Lazzaro Santandrea. Nonostante Pinketts. Si spaccia per poeta maledetto senza aver mai scritto una riga e sostiene che il più grande poeta mai esistito sia uno che ha scritto un solo verso e poi per pigrizia non è più andato avanti. O meglio, per pigrizia e perchè aveva di meglio da fare: mantenersi vivo e ubriacarsi. Sirano comunque è un cavaliere errante del nuovo millennio sulle orme dell’assenzio perduto e di due larghi occhi chiari, un’anima senza macchia e senza macchina, perchè gli hanno ritirato la patente. Un Indiana Jones un po’ più bello e simpatico, insomma. Quanto a me, ho l’ambizione di rinverdire il secco filone del romanzo epico con un po’ di prezzemolo post moderno: sono il nuovo Miguel de Cervantes, sperando per il mio protagonista che quei due larghi occhi chiari non siano di un’altra Dulcinea. Che poi non hanno neppure un nome, quegli occhi. Il loro nome sarà legioni, saranno tutti i nomi della storia. Onorando Nietzsche. )

<< Ma ti sembra l’ora?!! >> gridò nel telefono Sara.
<< A Santiago del Cile sono le tre di mattina. Poteva andarti peggio… >>.
Sorrise, anche se non la potevo vedere capii che stava sorridendo.
<< Sei sempre il solito, tu. Comunque: come stai? >>
<< Sopravvivo alla vita e aspetto Godot, con il fegato a Pinot… >>
<< Che detto per noi comuni mortali? >> ironizzò. Ironizzava sempre, è per questo che l’avevo amata e che avrei voluto sposarla. Poi tutto era finito, tutto s’era rotto e la parola che ci univa, amore, fu decapitata. Il boia aveva mollato la sua ascia sulla nostra storia e amore perse la a e divenne more: l’amore more, muore e non c’è più nulla da fare. Ma l’amore è un’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri, l’amore sconfigge la morte e gironzola per il mondo alla ricerca di un nuovo inizio, di una nuova lettera d’amore: trova una nuova a e ricomincia, ubriaco di se stesso e di felicità. Per quel che mi riguardava ero ubriaco d’amore e di pinot.
<< Sono innamorato. >>
<< Come Petrarca con quella Francesca? >>
<< Quella era Laura. >>
<< D’accordo, e com’è questa? >>
<< E’ bella, di una bellezza che non ha confini: è un mare di luce che ti si alza davanti e ti rimescola il cuore: ti affascina con un solo sorriso e sei cotto. >>
<< Addirittura! Sentilo, il poeta qua… però spero per lei che non sia come per le altre poverette… >> chiosò cinica. Era anche cinica; ironica e cinica: ossia sarcastica. E’ per questo l’avevo amata. E’ per questo che la detestavo. Era troppo simile a me.
<< Durerà, durerà. Credimi, Sara. Sulla parola… >> la rimbeccai. D’altra parte lo speravo che durasse. Non era ancora iniziato nulla, d’accordo, ma intanto speravo. Speravo: perchè era diversa. Tanto per usare una frase fatta. Concedetemelo: il senso della frase è impotente di fronte alla Bellezza.
Speravo e mentre quel sogno si figurava nella mia mente, mentre pronunciavo quelle ultime sillabe, uno scialle di malinconia mi cadde sulle spalle avvolgendomi tutto: mi parve di vedere dalla finestra un’ombra color del vino, un’ombra sfuggente che mi sorrideva ripetendo “no”, ripetendo “forse”. Rimasi in silenzio senza più voglia di parlare.
<< Cos’hai? >> percepii a stento la voce di Sara che si sembrava lontana, che faticava a uscire dalla cornetta.
<< Nulla, solo un po’ di malinconia. Sempre meglio della malinconoia. Masini docet. >> mi sforzai di dire.

<< Il tuo solito spleen, vero, signor poeta bohemien?! >> commentò.
<< No, perchè lo spleen è una cosa diversa dalla malinconia. Lo spleen è la presenza dell’assenza, mentre la malinconia è l’assenza di una presenza che vorresti lì con te, convieni? >>
<< Quindi? >>
<< Quindi adesso è il momento della malinconia… e forse anche il momento di buttarmi a letto… >>
<< Forse è meglio, così potrò tornare un po’ a dormire anch’io, non trovi? >>
<< Già, un bacio allora. Ci sentiamo. >>
<< Bacio. E buona fortuna con la Bellezza. >>
<< Grazie. Staremo a vedere: siamo nelle mani di Dio. E sotto il tallone di Achille… A presto tesoro… >>
Andai a domire e sognai.
Sognai un sogno assurdo e illogico, che non aveva nessun legame con la mia situazione; un sogno sciolto come un cavallo imbizzarrito, un sogno bizzarro come un cavallo a tre teste.
Sognai “il sistema” e la luce d’acciaio che da quel sistema nasce, un lampo bianco di polvere accecante, nella quale il tempo galeggia come un fiume caldo e viscoso; sognai eroine ed amazzoni extraterrestri; sognai un bambino biondo e dolce che parlava in un registratore che faceva l’effetto eco; sognai un fiore dal profumo così potente e inebriante che chiunque lo respiri cade in un sonno profondo di felicità ed altrove, dove non esistono confini nè materia, dove tutto è lusso e calma e voluttà. Sognai Boda e Kurt. Sognai un fucile Remington calibro venti puntato alla testa. Numero di serie 1088925. Sognai una data. Trenta marzo millenovecentonovantaquattro. Anno domini, si diceva un tempo.
Sognai tutto questo, per ore, quante ore non so, so solo che quando riaprii gli occhi mi accorsi che nell’aria risuonava come un’eco sommessa la musica dei Nivana.
Un brivido mi ghiacciò la schiena e girandomi di scatto m’accorsi che la porta si stava socchiudendo.
E una figura, una visione mi si parò davanti. Come un Golem di luce.

(fine del capitolo. il capitolo in questione era un gran figlio di buona donna: s’è deciso a finire così, lasciandovi a cuocere nel fuoco lento della curiosità: come un pollo allo spiedo. come un golem di luce alla mensa degli angeli.)

<< Jacqueline, Jacqueline, versami del gin. >>
Jacqueline era una mia ex. Jacqueline era ex. Tout court. Ex di tutto. E anche di tutti. Aveva fatto ogni cosa e si era fatta chiunque: ex modella di Gucci, ex fidanzata ufficiosa di Max Biaggi, ex comparsa di Vivere, ex miss Gambe lunghe a Salsomaggiore, ex universitaria alla Iulm di Milano, ex amante di Briatore (che schifo!) ed ex miss Naso lungo – Premio pinocchio d’oro. Per tutte le bugie che mi aveva raccontato. Le bugie sono sempre regali (e lei era molto generosa), la verità, invece, si paga tutta (e lei pagò, in lacrime contanti, quando venni a sapere di tutte le sue balle).
Jacqueline, adesso, lavorava in un bar. Era stata l’amore di una stagione dimenticata, passata di moda, come un abito che poi abbandoni in un armadio, scordandoti quasi che esista ancora. Era stata una moda passeggera, durata il tempo di una luna. Ventotto giorni, però senza miele nè zucchero. Una di
quelle storie che lasciano l’amaro in bocca.
<< Bevi per dimenticare? >> mi apostrofò. << Chi è la sfortunata? >>
<< E’ inutile che scherzi tanto. Pensa agli affarracci tuoi. E a quel coglione del tuo nuovo fidanzato. >> Il nostro rapporto era sempre stato così: insulti e carezze, litigi furibondi e riappacificazioni tra le lenzuola. E comunque il suo nuovo fidanzato era davvero un coglione.
<< Irascibile, il signore, oggi. Cos’è? Sceso dal letto col piede sbagliato? >>
Non le risposi e mi addentrai nella selva oscura dei miei pensieri, con quei due larghi occhi chiari a farmi da luce. Ripensavo alle parole di Fortini, al mio senso di colpa, ma soprattutto alle sue parole, alla sua ultima frase.
<< Nasciamo incendiari e moriamo pompieri. >>. L’aveva detto con un tono rassegnato, come chi sta rassegnando le dimissioni dalla Storia degli uomini, come chi vuole scendere dalla giostra e non può. Era questa la sua punizione? Non poter lasciare questo mondo neppure da morto? Questo il contrappasso? Nasciamo incendiari; moriamo pompieri. Per me era vero il contrario. Ero il contrappeso di Fortini.
Io da piccolo volevo fare il pompiere, poi crescendo ho iniziato a sentire un’attrazione irresistibile, un’attrazione bruciante per il fuoco. Sono diventato, alla fine, un piromane: piromane di sentimenti e passioni che ardevano come roveti biblici; piromane di boschi, dove campeggiavano le gigantografie sorridenti del nostro Ubu Roi e boy scout cattodeficienti.
Piromane senza polvere pirica, disarmato di fronte all’incendio doloroso di una vita che bruciava tutto: la sterpaglia secca dei ricordi, il grano nei campi e nelle tasche, le foreste di simboli e un Natale dietro l’altro, con i suoi boschi di abeti. Un piromane che s’infiamma per un non nulla, ma che poi viene a chiederti scusa, con il capo cosparso di cenere.
Un piromane: bruciato da troppi errori. E se errare è umano, perseverare è diabolico. Le fiamme dell’inferno, quindi, mi avrebbero accolto post mortem.
Una degna fine, il mio contrappasso: canto quinto, girone dei lussuriosi.
Senza neppure una Francesca con cui condividere l’eternità di quella pena.
Almeno così temevo. Ammesso e non concesso che qualche Francesca ci sia davvero all’inferno. Dante, del resto, era il sommo ballista.
E se lo era lui, perchè non poteva esserlo anche Shakespeare? Un altro che, sospettavo, doveva aver raccontato un mucchio di cazzate. Prendiamo Amleto. Amleto aveva torto marcio. Come il regno di Danimarca.

Il problema non era essere o non essere. Il problema era essere o malessere. Sembra facile scegliere: è evidente. E l’evidenza abbaglia, quando non salta agli occhi. Tutto semplice: apparentemente. L’evidenza, certo, ti arriva dritta in faccia, ma non ti dicono come: a me era arrivata con un dritto, un pugno da
peso massimo. Mi era saltata agli occhi, vero, ma facendomi un occhi nero e, non contenta, mi aveva colpito poi con un destro – sinistro allo stomaco. Il malessere era evidente: un malessere da gin, per la precisione.
Evidentemente avevo esagerato.
Corsi in bagno a vomitare: stavo male, ma non era quel malessere a preoccuparmi. Quello era dovuto a una legge di causa – effetto, una legge di fisica quantistica per fisici alcolizzati: quanto più alcol un corpo assume, tanto più ne dovrà poi espellere. Una legge, a ben vedere, anche calcistica, regolata da quell’arbitro inflessibile che si chiama fegato. Il malessere che più mi angosciava era, in realtà, quello dell’essere.
Essere e malessere sono opposti, ma contigui; speculari, ma differenti; rivali, ma solidali. Non puoi risolvere il dilemma, perchè non si escludono in modo chiaro: partecipano alla stessa società, sono soci in affari e per questo si amano, pur detestandosi: parenti serpenti, fratelli coltelli. Cugini, cucchiaini. (Fa schifo anche a me, cosa credete. Se l’ho messa è solo per fare un favore a un mio amico che voleva comparire in qualche modo in questo romanzo strampalato. Contento lui.) Dicevo, comunque, del
malessere.
Il malessere dell’essere: quando si è felici si dice che non c’è (verbo essere, indicativo presente) il malessere; quando si è depressi si dice “ho lo spleen”. Che in inglese vuol dire milza. Pensavo volesse dire fegato, ma ho appena controllato sul vocabolario. Vedete, nulla torna e tutto passa.
Come il malessere, dal fegato alla milza.
Il mio spleen aveva un nome (assenza dell’assenzio) e due larghi occhi chiari. Verdi, azzurri, grigi: in lei cambiavano sempre, l’unica costante era il sorriso. Un sorriso innocente e stupendo, un sorriso che nasceva dalle sue labbra come rami di perle dall’oceano. Un sorriso, il mio regno per quel sorriso. Un sorriso, su quel sorriso non tramonterà mai il sole.
Non ero nè Carlo V nè Riccardo III , ma Sirano Ataumasa. Un nome del cazzo d’accordo, ma, a differenza di loro, avevo il senso della frase. Ed ero anche un gran figo.

Chi ha tempo non cerchi tempo. Per una volta ero d’accordo. Volevo mettermi alla ricerca non del tempo perduto (quel compito spettava a Proust), ma dell’assenzio scomparso e di quei larghi occhi chiari. Avrei trovato così anche la loro legittima proprietaria.
Chiesi il conto e non pagai. Le lasciai un nichel di mancia, però. Avevo già pagato troppo la nostra relazione: ventotto giorni, un mese d’affitto salato, luce, super alcolici e regali inclusi. Un posto letto in cui avevano dormito in troppi per i miei gusti.
Passeggiavo per la strada, quando una donna alta, sottile, maestà di dolore chiamò a sè il mio sguardo. Fu un lampo… poi la notte! Notte eterna e il rumore disperato di una frenata tardiva. Troppo tardiva.
<< Tutti dobbiamo morire. Ricordalo. Oggi a lei, domani a te. >> cornacchiò un gufo vestito di stracci, un mendicante seduto sul marciapiede. Mi toccai, maledendo lui e tuti i profeti di sventura. E toccandomi sentii che in una tasca mi vibrava il cellulare.
<< Ciao, eh! Ti ho cercato tutta notte ieri… ma dove cazzo eri finito? >>
Era Gianmaria, il mio migliore amico.
<< Scusami, ma ero in miniera a lavorare con i sette nani e là sotto non c’era proprio campo! >>
<< Vabbè, raccontala a un altro. E’ da un po’ che non ci si vede, come va?
Che dici, stasera hai da fare? Ci vediamo per una birretta? >>
<< Io ho sempre da fare, ma per una “birretta” con te posso rinviare ogni impegno. Si fa per le dieci a casa tua? >>
<< Perfetto. A dopo allora >>
Niente da fare. Neppure quel giorno avrei concluso qualcosa. Del resto quel giorno si stava già concludendo di sua volontà e io decisi di assecondarlo, aiutandolo a finire in bellezza. Per questo avevo accettato l’invito del Gian: saremmo state due bellezze al bagno nella birra. Mi ripromisi, però,
che l’indomani sarei partito, lancia in resta e testa sulle spalle, alla ricerca dell’assenzio e di quel sorriso di corallo.
Non potevo più aspettare. Punto.
A capo.
O meglio, potevo ancora aspettare: ma solo il tempo di una “birretta”.

(fine del capitolo. il capitolo non voleva saperne di finire, così ho dovuto convincerlo con le cattive. l’ho freddato con un colpo di lupara. lupara bianca e inchiostro color sangue.)

<< Secondo te, io piaccio alle ragazze? >> m’interpellò Tommaso, con lo  sguardo che doveva avere avuto Edipo davanti alla Pizia.
<< Beh, non saprei. Io delle donne non c’ho mai capito granchè… >>
<< Ma come! Io so che tu, come dire, hai avuto molte avventure… >>
<< Già, è vero, ma non ci ho mai capito nulla, io, delle donne, nonostante  ne abbia avute tante. O forse proprio per questo, perchè ne ho avute  troppe… ma senti, c’è qualcuna in particolare che ti piace? >>
<< Beh sì… >> arrossì. Sembrava un’aragosta, rosso di vergogna e bollito  dalla sua cotta.
<< E chi sarebbe? >> gli strizzai l’occhio versandogli da bere. Un po’ di  cameratismo maschile non gli avrebbe fatto di certo male.
<< Una che vive nel mio palazzo. Quando dobbiamo prendere l’ascensore  insieme, mi guarda e poi scappa su di corsa per le scale.>>
<< E tu? >>
<< E io, io la inseguo. Voglio sempre vedere se corre più veloce di me coi  tacchi. Io una volta ero molto veloce. In Palestina, ai giochi della  gioventù romani ho vinto una gara di velocità. >>
<< Coi tacchi? >> ironizzai.
<< No, no, senza. >>. Non aveva colto l’ironia.
<< Beh, nella corsa su per le scale >> mi destreggiai tra le parole e i gradini << non conta tanto la velocità. Conta più che altro dove appoggi i  tacchi. >>
<< E’ vero. Infatti io per sicurezza mi tolgo sempre le scarpe e anche i  calzini e corro scalzo. >>
<< E le scarpe, scusa, dopo, le lasci lì? >> m’introdussi tra le sue frasi,  più incuriosito che altro.
<< No. Scendo con l’ascensore e le riprendo. >>
<< Ah… >>
<< Secondo te, le piaccio? >> deviò.
<< Beh. Bisogna vedere… >> temporeggiai.
<< E’ vero. Forse magari pensa che mi puzzino i piedi. >>
<< Beh. E’ un’ipotesi da non scartare, ma io non mi preoccuperei poi troppo  della puzza ai piedi… Come dire, non sarebbe il caso di cambiare approccio? >>
<< Dici? E tu cosa mi consiglieresti? >>
<< Parlale con i fiori. Compra un mazzo di quattrocento rose – rose nere,  però, quelle rosse sono banali – e fatti impacchettare dentro. Fai  recapitare il mazzo e quando sei in casa sua recitale da dentro al mazzo una  poesia d’amore. >>
<< Dici che funziona? >> chiese speranzoso.
<< Non saprei. >>. Si rabbuiò. << Ma c’è una speranza >>. Tornò a sorridere.
<< E’ una roulette russa. O nero o rosso. >>
<< Cioè? >>
<< O ti strappa dai fiori e ti bacia o ti strappa dai fiori e ti butta fuori  dalla porta. >>
<< E i fiori? >>
<< Non so, ma penso che se li tenga. >>
<< In ogni caso? Però, la signorina… >>
<< Che vuoi farci. Ognuno ha i suoi difetti. >> Un attimo di silenzio. <<  Tommaso, una curiosità: ma la gara chi la vince? >>
<< Lei. Sempre lei. Ed entrando in casa mi fa pure le boccacce. >>
Chiesi il conto e mi alzai.

<< Vado al loro tavolo, un attimo >> dissi indicando Fortini e Loi, che  stavano ancora parlottando sottovoce sopra la carbonara (che fa schifo),  come due cospiratori di lettere, come due carbonari della poesia. Fortini  stava lanciando una filippica, assieme ad una forchetta, contro il  malcostume del popolo Italiano.
<< I valori, i valori. Dove sono i Valori oggi? >>
<< Evidentemente non valgono poi più così tanto… >> m’intromisi, ospite non invitato. Non è che la battuta mi fosse venuta fuori poi bene, infatti Fortini mi guardò torvo, nero come un corvo. Proseguì.
<< Sai dove stanno? Sono caduti, ecco dove sono, stanno nella merda, ecco dove stanno! >> berciò all’indirizzo di Loi, senza mezzi termini o giri di parole. Del resto, era sempre stato un uomo schietto. Franco.
<< Mi scusi se m’intrometto ancora, ma a me il suo discorso fa sorridere. Detto francamente, mi pare una cazzata. >>
Loi mi guardò e sorrise: penso che anche lui ne avesse le palle piene.
Fortini, invece, non sorrise: aggrottò le ciglia, digrignò gli occhi: avrebbe voluto fulminarmi con lo sguardo, se le sue pupille ne fossero state ancora capaci, ma ormai non erano che due fondi di bottiglia, sporchi di un vino diventato aceto. Mi fece quasi pena e fu in quel quasi che nascosi, vigliaccamente, tutto il mio senso di colpa e continuai.
<< Lei parla di valori, di valori che sono caduti e ciò presuppone, di conseguenza, che un tempo questi valori fossero in alto. E quando sarebbe stato, questo tempo delle mele dorate? E in alto dove, poi? Per me i valori sono sempre nello stesso posto: basso o alto che sia. Smettiamola con questa storia del bel tempo andato, della caduta dei valori e del naufragio della società nel consumismo. Sono storielle ad uso e consumo di chi le racconta. E basta. >>. Rifiatai. Fortini taceva, Loi sorrise. A me Loi stava anche simpatico, era Fortini che proprio non riuscivo a digerire: era un macigno insormontabile, uno scoglio fermo e ieratico, mentre io sembravo più un oceano alla deriva. Alla deriva da se stesso, che, per un oceano, è tutto dire. Fortini era tutto quello che, forse, avrei potuto essere io, se non avessi preso altre strade, se solo, anzichè farmi trasportare dall’insostenibile leggerezza dell’essere, mi fossi fermato alla pesantezza dell’esserci. Forse per questo lo detestavo, perchè in lui riconoscevo una
parte di me; e io non mi sono mai trovato molto simpatico.
Il cameriere arrivò con il conto. Provvidenziale. Pagammo e ce ne andammo.
Senza dire una parola, in un silenzio in cui si sentiva anche troppo forte il grido del mio senso di colpa. Non che mi fossi pentito di ciò che avevo detto, solamente mi aveva stupito e inquietato il tono: aggressivo, iconoclasta, estremista. Una specie di talebano. Mi mancava solo la barba lunga. Ero stato sfrontato, senza pietà, ardito troppo ardito: in una parola, fascista. Sembravo Almirante a un comizio negli anni Settanta. Ci mancava solo donna Assunta.
Uscendo mi parve di sentire la voce di Fortini dire “nasciamo tutti incendiari e moriamo tutti pompieri”. Mi voltai, ma era sparito.
<< Senti, Tommaso, tu ne sai niente? >>. La cosa mi puzzava. Come pesce vecchio di tre giorni, senza neppure la prospettiva di una resurrezione.
<< Beh, diciamo che Sebastiano non è quello che sembra. >> sibilò sibillino.
<< Detto in altri termini? >>
<< E’ un locale particolare… un locale famoso in questa città, ma dietro a questa banale apparenza si nasconde un segreto. Anzi, il segreto. E’ il punto in cui convergono tutti i punti, dove spazio e tempo sono aboliti, il punto di contatto tra cielo e terra: la porta per l’al di là. Ecco perchè c’era Fortini: ogni tanto è concesso tornare dall’al di là a trovare gli amici e i vecchi conoscenti, riassumendo, per qualche ora, le spoglie mortali.>>
<< Ma Gerusalemme, allora, come la descrive Dante, la porta dell’inferno eccetera eccetera? >>
<< Ah… cazzate. Immagini buone per la poesia e per le cartoline dei turisti. >>
<< Capito, eh, il vecchio Dante? Oltre che sommo poeta era anche un sommo ballista, un gran raccontatore di cazzate. >>
<< Del resto non sono così tutti i poeti e gli scrittori? >>
<< Quasi tutti. Io no, ad esempio. >>
<< Ah no? E allora i tuoi romanzi, cosa sono? Autobiografie mascherate? >>
<< Non proprio. Io non sono autobiografico, ma prebiografico. Prima scrivo e poi quello che ho scritto mi accade. Parola più parola meno. >>
<< Davvero? >>
<< Parola mia. >>

Camminavamo per la città e tutto ci pareva imperfetto, sommerso dalle presenze dell’assenza. Sembrava Atlantide, senza neppure un Platone a raccontarne il mito. Del resto, non è che ci fosse molto da dire: era una città al confine del nulla, capitale d’un impero decaduto da secoli, che viveva incosciente, senza presagire l’aria che bruciava nei polmoni come sale da cucina, intasando le vene e le arterie come un ingorgo in tangenziale. O come troppo colesterolo. Era, del resto, ingorda di ogni
cosa: ne diventavi schiavo, servo indegno di essere sacrificato sull’altare della sua voracità.
<< Sai, mio nonno nel 1937 partì per la Spagna a combattere contro i franchisti… >> provai a dire.
<< E perchè? Per motivi ideologici? Era comunista? >>
<< No. E’ che non gli piaceva il nome Franco. >>
L’assenza che opprimeva la città mi aveva stremato. Non mi veniva neppure una battuta decente.

(fine del capitolo. oppresso dall’assenza e cosciente di non essere più. mai più. never more.)