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Era già arrivato il pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna. Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.
E mi dimenticai di Francesca. Per sempre.

Per sempre è un diamante, un ricordo o una condanna all’ergastolo. La condanna a morte no, non è per sempre, anzi quella è la pena più breve che ci sia: questione di un attimo e zac penzoli come un salame stagionato. Certo, moralmente può non essere il massimo, ma alla fine quante persone, quante esperienze passate, quanti sogni futuri, quanti presenti sono diventati assenze, condanne a morte simboliche e figurate, ma non per questo prive di dolore e sofferenza?
Quindi forse non dimenticai Francesca per sempre, semplicemente condannai quel sogno vissuto, quel ricordo di un futuro a morte e lo abbandonai in fondo a un cassetto, lo incassai nella stiva di una nave che salpava per le Americhe, la più grande nave di tutti i tempi, pronta a cozzare contro un iceberg.
Elaborai il lutto, fino in fondo, fino alla fine del mondo. Tutto il lutto, come un putto in un quadro rinascimentale che beve dalla coppa di Bacco, usque ad fundum, vuotando il bicchiere e divertendomi poi a guardare il mondo da quel fondo: immagini bellissime, caleidoscopio di colori e valori, scale a chiocciola per raggiungere i valori decaduti e scale mobili per lottare contro l’inflazione; una visione storta, come il cammino di un ubriaco, surreale come un quadro di Dalì, singolare come un numero grammaticale. In casi estremi e alla soglia del coma etilico, anche la visione di un visone con al collo una pelliccia di una vecchia cicciona.
L’universo in una goccia, insomma; e comunque sempre meglio che essere una goccia persa nel mare dell’universo.
Così guatando e guardando passavano i minuti che crescendo diventavano ore e le ore non pregavano pro nobis ma solo pro vino, perché in vino veritas e in homo vanitas. Io, che ero uomo e pure spesso ubriaco, ero in effetti veramente vanitoso. Credevo anche, nel delirio tremante dell’ebbro putto di vino (Dioniso il caprino), che il mondo girasse intorno a me, che lo stesso Tempo fosse piegato ai miei voleri, come gli orologi molli di Dalì: gira la lancetta e fai la tua puntata, un po’ come un giro di roulette al Casinò di Montecarlo, con il vantaggio che non perdevi fiches e soldi scommessi, ma solo tempo. Tempo perso, insomma.
Perdendo tempo, persi anche la cognizione dello spazio, il cui concetto come insegnano Einstein e la teoria della relatività, è ben collegato a quello di tempo: in un colpo solo, quindi, persi due piccioni con una fava. Anzi, tre, perché, nel frattempo, se n’era andata anche la barista capelli-di-fata occhi-di-mare e bocca-di-fuoco (almeno così speravo e poi cromaticamente giallo verde e rosso stanno bene assieme).
Rimanemmo solo io e il proprietario, nonché mio amico nonché ex attore di film hard che si vantava di aver scoperto il talento di Eva Henger, prima che quest’ultima si metesse col gabibbo. Sic transit gloria mundi.
Io e lui sembravamo il gatto e la volpe senza Pinocchio, Qui e Quo senza Qua, i tre re magi senza Baldassare fermato alla frontiera per via della mirra, Aldo e Giovanni senza Giacomo. Ci sentivamo anche un po’ i Sette a Tebe senza gli altri quattro, ma cercare altri quattro amici per prolungare la serata di altre ventiquattro ore sarebbe stato troppo un casino, così decidemmo di chiamarne solo uno, ben sapendo che avrebbe portato con sé una tribù che neppure l’esercito americano pronto ad invadere l’Iraq era così numeroso.

(capitolo in attesa. Dell’arrivo degli amici, ovviamente. E di un’altra bottiglia di rum, perché il rum è come gli amici: non è mai di troppo)

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Il capitolo precedente forse vive ancora in qualche universo parallelo, non so se secondo la teoria di Hugh Everett III o se semplicemente abbia sbagliato strada anche lui.
Questo, invece, è un capitolo invernale ed è precisamente il 12+1. Non che io sia scaramantico (ho un gatto nero), semplicemente lo dovevo al mio amico Gesù. La sua ultima cena non è stata una gran serata e perseverare sarebbe stato diabolico. Inconcepibile per lui: così abbiamo voluto evitare che Giuda e il traditore si sedessero alla nostra tavola, sperando che non riuscissero a imbucarsi lo stesso, entrando dalla porta di servizio o di sottecchi. E sperando, soprattutto, di non vedere nel nostro volto il riflesso del vero traditore. Proprio per questo avevamo eliminato anche gli specchi.
Già, lo specchio. Il tradimento di sé stessi rivelato dalla lama di vetro che penetra dove nessun altro può osare. Ramon aveva provato a liberarmi dal mio doppio, dalla mia ombra, ma l’ombra non si cattura, ti segue ovunque, di giorno e di notte. Anche con la pioggia. Anche nell’Isola che non c’è.
E l’ombra è la prima a tradirti, la tua peggior consigliera, il grillo parlante rovesciato che ti spinge a essere cicala, a rinviare, ad aspettare che sia troppo tardi. Come arrivare l’ultimo dell’anno dopo che hanno lanciato già tutti i fuochi e i petardi. Tardi.
L’ombra ti spinge a tradire gli altri: quanti amici, quanti amori avevo tradito, quante volte con la scusa della noia avevo lasciato i libri nello zaino e le versioni di latino e greco da copiare la mattina dopo a scuola. Tradire la traduzione, che è sempre meno pesante che tradire la tradizione. E soprattutto meno pericoloso, se gli altri ci tengono alla loro tradizione: ti tagliano le mani se getti via il loro burka rassicurante indicandogli una nuova vita, un futuro diverso, il mare minaccioso, ma affascinante di un altrove che forse esiste solo nei tuoi sogni.
Io avevo tradito molto e tradotto poco. E di tradizionale avevo davvero poco.
Ma avevo la noia, la precarietà, l’assenza dell’assenzio, la malinconia: forse anche qualcosa di tradizionale, almeno come poeta maledetto.
E tra l’altro, coincidenza o destino, caso o necessità, la porta del bar si aprì.

Entrò lei, bella e alta, maestà di grazia e di portamento. Oscillava maliziosamente sui tacchi a spillo e sembrò per un attimo che il tempo si fosse sospeso: la sospensione del tempo era d’altronde una delle cose che conoscevo meglio. Dai tempi delle superiori, quando il preside stanco dei miei scherzi mi sospendeva con regolarità meticolosa, alle domeniche allo stadio con le partite sospese per nebbia o nubifragio; dai carichi sospesi del porto di Livorno, durante la pausa pranzo dei portuali ai Carichi Sospesi di Padova, grazioso locale da cui l’ultima volta fui cacciato per aver appeso uno alla porta. Evidentemente avevo sbagliato verbo e il senso della frase lì non era molto di casa.
Quando il tempo riprese a scorrere tumultuoso e incurante di tutto fuorchè di se stesso, lei continuò a camminare a passo leggero e mi stupì quando riuscì a piantarsi davanti a me con la forza e la fermezza di una statua di marmo.
<< Ti puoi spostare, gentilmente >> disse ferma, appunto, ma ilare, angelo di spensieratezza e di leggerezza.
<< Certo. Scusami. >>
Le intralciavo la strada, mentre già disegnavo e immaginavo altre strade e altri percorsi da inventare con la lingua sulla sua pelle. Ridisceso nella bassa cucina della realtà, compresi subito: era la nuova barista e voleva andare dietro il banco. La vita d’altra parte è molto spesso un banco dei pegni, dove per ogni grammo di felicità devi pagare chili di interessi di sofferenza e malinconia, sperando di non andare in bancarotta, ma è soprattutto un banco di prova, una sfida continua, terribile e incessante. Gli esami non finiscono mai e gli esami si fanno ognuno sul proprio banco: io, di mio, avevo scelto come banco quello di un bar. Non aiuta a vivere meglio, ma almeno a dimenticare a che ora dovrai consegnare il compito.

Era già arrivato il primo pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna.
Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.

(fine del capitolo perchè l’autore si deve riposare. con bottiglie di rum però)

<< Jacqueline, Jacqueline, versami del gin. >>
Jacqueline era una mia ex. Jacqueline era ex. Tout court. Ex di tutto. E anche di tutti. Aveva fatto ogni cosa e si era fatta chiunque: ex modella di Gucci, ex fidanzata ufficiosa di Max Biaggi, ex comparsa di Vivere, ex miss Gambe lunghe a Salsomaggiore, ex universitaria alla Iulm di Milano, ex amante di Briatore (che schifo!) ed ex miss Naso lungo – Premio pinocchio d’oro. Per tutte le bugie che mi aveva raccontato. Le bugie sono sempre regali (e lei era molto generosa), la verità, invece, si paga tutta (e lei pagò, in lacrime contanti, quando venni a sapere di tutte le sue balle).
Jacqueline, adesso, lavorava in un bar. Era stata l’amore di una stagione dimenticata, passata di moda, come un abito che poi abbandoni in un armadio, scordandoti quasi che esista ancora. Era stata una moda passeggera, durata il tempo di una luna. Ventotto giorni, però senza miele nè zucchero. Una di
quelle storie che lasciano l’amaro in bocca.
<< Bevi per dimenticare? >> mi apostrofò. << Chi è la sfortunata? >>
<< E’ inutile che scherzi tanto. Pensa agli affarracci tuoi. E a quel coglione del tuo nuovo fidanzato. >> Il nostro rapporto era sempre stato così: insulti e carezze, litigi furibondi e riappacificazioni tra le lenzuola. E comunque il suo nuovo fidanzato era davvero un coglione.
<< Irascibile, il signore, oggi. Cos’è? Sceso dal letto col piede sbagliato? >>
Non le risposi e mi addentrai nella selva oscura dei miei pensieri, con quei due larghi occhi chiari a farmi da luce. Ripensavo alle parole di Fortini, al mio senso di colpa, ma soprattutto alle sue parole, alla sua ultima frase.
<< Nasciamo incendiari e moriamo pompieri. >>. L’aveva detto con un tono rassegnato, come chi sta rassegnando le dimissioni dalla Storia degli uomini, come chi vuole scendere dalla giostra e non può. Era questa la sua punizione? Non poter lasciare questo mondo neppure da morto? Questo il contrappasso? Nasciamo incendiari; moriamo pompieri. Per me era vero il contrario. Ero il contrappeso di Fortini.
Io da piccolo volevo fare il pompiere, poi crescendo ho iniziato a sentire un’attrazione irresistibile, un’attrazione bruciante per il fuoco. Sono diventato, alla fine, un piromane: piromane di sentimenti e passioni che ardevano come roveti biblici; piromane di boschi, dove campeggiavano le gigantografie sorridenti del nostro Ubu Roi e boy scout cattodeficienti.
Piromane senza polvere pirica, disarmato di fronte all’incendio doloroso di una vita che bruciava tutto: la sterpaglia secca dei ricordi, il grano nei campi e nelle tasche, le foreste di simboli e un Natale dietro l’altro, con i suoi boschi di abeti. Un piromane che s’infiamma per un non nulla, ma che poi viene a chiederti scusa, con il capo cosparso di cenere.
Un piromane: bruciato da troppi errori. E se errare è umano, perseverare è diabolico. Le fiamme dell’inferno, quindi, mi avrebbero accolto post mortem.
Una degna fine, il mio contrappasso: canto quinto, girone dei lussuriosi.
Senza neppure una Francesca con cui condividere l’eternità di quella pena.
Almeno così temevo. Ammesso e non concesso che qualche Francesca ci sia davvero all’inferno. Dante, del resto, era il sommo ballista.
E se lo era lui, perchè non poteva esserlo anche Shakespeare? Un altro che, sospettavo, doveva aver raccontato un mucchio di cazzate. Prendiamo Amleto. Amleto aveva torto marcio. Come il regno di Danimarca.

Il problema non era essere o non essere. Il problema era essere o malessere. Sembra facile scegliere: è evidente. E l’evidenza abbaglia, quando non salta agli occhi. Tutto semplice: apparentemente. L’evidenza, certo, ti arriva dritta in faccia, ma non ti dicono come: a me era arrivata con un dritto, un pugno da
peso massimo. Mi era saltata agli occhi, vero, ma facendomi un occhi nero e, non contenta, mi aveva colpito poi con un destro – sinistro allo stomaco. Il malessere era evidente: un malessere da gin, per la precisione.
Evidentemente avevo esagerato.
Corsi in bagno a vomitare: stavo male, ma non era quel malessere a preoccuparmi. Quello era dovuto a una legge di causa – effetto, una legge di fisica quantistica per fisici alcolizzati: quanto più alcol un corpo assume, tanto più ne dovrà poi espellere. Una legge, a ben vedere, anche calcistica, regolata da quell’arbitro inflessibile che si chiama fegato. Il malessere che più mi angosciava era, in realtà, quello dell’essere.
Essere e malessere sono opposti, ma contigui; speculari, ma differenti; rivali, ma solidali. Non puoi risolvere il dilemma, perchè non si escludono in modo chiaro: partecipano alla stessa società, sono soci in affari e per questo si amano, pur detestandosi: parenti serpenti, fratelli coltelli. Cugini, cucchiaini. (Fa schifo anche a me, cosa credete. Se l’ho messa è solo per fare un favore a un mio amico che voleva comparire in qualche modo in questo romanzo strampalato. Contento lui.) Dicevo, comunque, del
malessere.
Il malessere dell’essere: quando si è felici si dice che non c’è (verbo essere, indicativo presente) il malessere; quando si è depressi si dice “ho lo spleen”. Che in inglese vuol dire milza. Pensavo volesse dire fegato, ma ho appena controllato sul vocabolario. Vedete, nulla torna e tutto passa.
Come il malessere, dal fegato alla milza.
Il mio spleen aveva un nome (assenza dell’assenzio) e due larghi occhi chiari. Verdi, azzurri, grigi: in lei cambiavano sempre, l’unica costante era il sorriso. Un sorriso innocente e stupendo, un sorriso che nasceva dalle sue labbra come rami di perle dall’oceano. Un sorriso, il mio regno per quel sorriso. Un sorriso, su quel sorriso non tramonterà mai il sole.
Non ero nè Carlo V nè Riccardo III , ma Sirano Ataumasa. Un nome del cazzo d’accordo, ma, a differenza di loro, avevo il senso della frase. Ed ero anche un gran figo.

Chi ha tempo non cerchi tempo. Per una volta ero d’accordo. Volevo mettermi alla ricerca non del tempo perduto (quel compito spettava a Proust), ma dell’assenzio scomparso e di quei larghi occhi chiari. Avrei trovato così anche la loro legittima proprietaria.
Chiesi il conto e non pagai. Le lasciai un nichel di mancia, però. Avevo già pagato troppo la nostra relazione: ventotto giorni, un mese d’affitto salato, luce, super alcolici e regali inclusi. Un posto letto in cui avevano dormito in troppi per i miei gusti.
Passeggiavo per la strada, quando una donna alta, sottile, maestà di dolore chiamò a sè il mio sguardo. Fu un lampo… poi la notte! Notte eterna e il rumore disperato di una frenata tardiva. Troppo tardiva.
<< Tutti dobbiamo morire. Ricordalo. Oggi a lei, domani a te. >> cornacchiò un gufo vestito di stracci, un mendicante seduto sul marciapiede. Mi toccai, maledendo lui e tuti i profeti di sventura. E toccandomi sentii che in una tasca mi vibrava il cellulare.
<< Ciao, eh! Ti ho cercato tutta notte ieri… ma dove cazzo eri finito? >>
Era Gianmaria, il mio migliore amico.
<< Scusami, ma ero in miniera a lavorare con i sette nani e là sotto non c’era proprio campo! >>
<< Vabbè, raccontala a un altro. E’ da un po’ che non ci si vede, come va?
Che dici, stasera hai da fare? Ci vediamo per una birretta? >>
<< Io ho sempre da fare, ma per una “birretta” con te posso rinviare ogni impegno. Si fa per le dieci a casa tua? >>
<< Perfetto. A dopo allora >>
Niente da fare. Neppure quel giorno avrei concluso qualcosa. Del resto quel giorno si stava già concludendo di sua volontà e io decisi di assecondarlo, aiutandolo a finire in bellezza. Per questo avevo accettato l’invito del Gian: saremmo state due bellezze al bagno nella birra. Mi ripromisi, però,
che l’indomani sarei partito, lancia in resta e testa sulle spalle, alla ricerca dell’assenzio e di quel sorriso di corallo.
Non potevo più aspettare. Punto.
A capo.
O meglio, potevo ancora aspettare: ma solo il tempo di una “birretta”.

(fine del capitolo. il capitolo non voleva saperne di finire, così ho dovuto convincerlo con le cattive. l’ho freddato con un colpo di lupara. lupara bianca e inchiostro color sangue.)

<< Secondo te, io piaccio alle ragazze? >> m’interpellò Tommaso, con lo  sguardo che doveva avere avuto Edipo davanti alla Pizia.
<< Beh, non saprei. Io delle donne non c’ho mai capito granchè… >>
<< Ma come! Io so che tu, come dire, hai avuto molte avventure… >>
<< Già, è vero, ma non ci ho mai capito nulla, io, delle donne, nonostante  ne abbia avute tante. O forse proprio per questo, perchè ne ho avute  troppe… ma senti, c’è qualcuna in particolare che ti piace? >>
<< Beh sì… >> arrossì. Sembrava un’aragosta, rosso di vergogna e bollito  dalla sua cotta.
<< E chi sarebbe? >> gli strizzai l’occhio versandogli da bere. Un po’ di  cameratismo maschile non gli avrebbe fatto di certo male.
<< Una che vive nel mio palazzo. Quando dobbiamo prendere l’ascensore  insieme, mi guarda e poi scappa su di corsa per le scale.>>
<< E tu? >>
<< E io, io la inseguo. Voglio sempre vedere se corre più veloce di me coi  tacchi. Io una volta ero molto veloce. In Palestina, ai giochi della  gioventù romani ho vinto una gara di velocità. >>
<< Coi tacchi? >> ironizzai.
<< No, no, senza. >>. Non aveva colto l’ironia.
<< Beh, nella corsa su per le scale >> mi destreggiai tra le parole e i gradini << non conta tanto la velocità. Conta più che altro dove appoggi i  tacchi. >>
<< E’ vero. Infatti io per sicurezza mi tolgo sempre le scarpe e anche i  calzini e corro scalzo. >>
<< E le scarpe, scusa, dopo, le lasci lì? >> m’introdussi tra le sue frasi,  più incuriosito che altro.
<< No. Scendo con l’ascensore e le riprendo. >>
<< Ah… >>
<< Secondo te, le piaccio? >> deviò.
<< Beh. Bisogna vedere… >> temporeggiai.
<< E’ vero. Forse magari pensa che mi puzzino i piedi. >>
<< Beh. E’ un’ipotesi da non scartare, ma io non mi preoccuperei poi troppo  della puzza ai piedi… Come dire, non sarebbe il caso di cambiare approccio? >>
<< Dici? E tu cosa mi consiglieresti? >>
<< Parlale con i fiori. Compra un mazzo di quattrocento rose – rose nere,  però, quelle rosse sono banali – e fatti impacchettare dentro. Fai  recapitare il mazzo e quando sei in casa sua recitale da dentro al mazzo una  poesia d’amore. >>
<< Dici che funziona? >> chiese speranzoso.
<< Non saprei. >>. Si rabbuiò. << Ma c’è una speranza >>. Tornò a sorridere.
<< E’ una roulette russa. O nero o rosso. >>
<< Cioè? >>
<< O ti strappa dai fiori e ti bacia o ti strappa dai fiori e ti butta fuori  dalla porta. >>
<< E i fiori? >>
<< Non so, ma penso che se li tenga. >>
<< In ogni caso? Però, la signorina… >>
<< Che vuoi farci. Ognuno ha i suoi difetti. >> Un attimo di silenzio. <<  Tommaso, una curiosità: ma la gara chi la vince? >>
<< Lei. Sempre lei. Ed entrando in casa mi fa pure le boccacce. >>
Chiesi il conto e mi alzai.

<< Vado al loro tavolo, un attimo >> dissi indicando Fortini e Loi, che  stavano ancora parlottando sottovoce sopra la carbonara (che fa schifo),  come due cospiratori di lettere, come due carbonari della poesia. Fortini  stava lanciando una filippica, assieme ad una forchetta, contro il  malcostume del popolo Italiano.
<< I valori, i valori. Dove sono i Valori oggi? >>
<< Evidentemente non valgono poi più così tanto… >> m’intromisi, ospite non invitato. Non è che la battuta mi fosse venuta fuori poi bene, infatti Fortini mi guardò torvo, nero come un corvo. Proseguì.
<< Sai dove stanno? Sono caduti, ecco dove sono, stanno nella merda, ecco dove stanno! >> berciò all’indirizzo di Loi, senza mezzi termini o giri di parole. Del resto, era sempre stato un uomo schietto. Franco.
<< Mi scusi se m’intrometto ancora, ma a me il suo discorso fa sorridere. Detto francamente, mi pare una cazzata. >>
Loi mi guardò e sorrise: penso che anche lui ne avesse le palle piene.
Fortini, invece, non sorrise: aggrottò le ciglia, digrignò gli occhi: avrebbe voluto fulminarmi con lo sguardo, se le sue pupille ne fossero state ancora capaci, ma ormai non erano che due fondi di bottiglia, sporchi di un vino diventato aceto. Mi fece quasi pena e fu in quel quasi che nascosi, vigliaccamente, tutto il mio senso di colpa e continuai.
<< Lei parla di valori, di valori che sono caduti e ciò presuppone, di conseguenza, che un tempo questi valori fossero in alto. E quando sarebbe stato, questo tempo delle mele dorate? E in alto dove, poi? Per me i valori sono sempre nello stesso posto: basso o alto che sia. Smettiamola con questa storia del bel tempo andato, della caduta dei valori e del naufragio della società nel consumismo. Sono storielle ad uso e consumo di chi le racconta. E basta. >>. Rifiatai. Fortini taceva, Loi sorrise. A me Loi stava anche simpatico, era Fortini che proprio non riuscivo a digerire: era un macigno insormontabile, uno scoglio fermo e ieratico, mentre io sembravo più un oceano alla deriva. Alla deriva da se stesso, che, per un oceano, è tutto dire. Fortini era tutto quello che, forse, avrei potuto essere io, se non avessi preso altre strade, se solo, anzichè farmi trasportare dall’insostenibile leggerezza dell’essere, mi fossi fermato alla pesantezza dell’esserci. Forse per questo lo detestavo, perchè in lui riconoscevo una
parte di me; e io non mi sono mai trovato molto simpatico.
Il cameriere arrivò con il conto. Provvidenziale. Pagammo e ce ne andammo.
Senza dire una parola, in un silenzio in cui si sentiva anche troppo forte il grido del mio senso di colpa. Non che mi fossi pentito di ciò che avevo detto, solamente mi aveva stupito e inquietato il tono: aggressivo, iconoclasta, estremista. Una specie di talebano. Mi mancava solo la barba lunga. Ero stato sfrontato, senza pietà, ardito troppo ardito: in una parola, fascista. Sembravo Almirante a un comizio negli anni Settanta. Ci mancava solo donna Assunta.
Uscendo mi parve di sentire la voce di Fortini dire “nasciamo tutti incendiari e moriamo tutti pompieri”. Mi voltai, ma era sparito.
<< Senti, Tommaso, tu ne sai niente? >>. La cosa mi puzzava. Come pesce vecchio di tre giorni, senza neppure la prospettiva di una resurrezione.
<< Beh, diciamo che Sebastiano non è quello che sembra. >> sibilò sibillino.
<< Detto in altri termini? >>
<< E’ un locale particolare… un locale famoso in questa città, ma dietro a questa banale apparenza si nasconde un segreto. Anzi, il segreto. E’ il punto in cui convergono tutti i punti, dove spazio e tempo sono aboliti, il punto di contatto tra cielo e terra: la porta per l’al di là. Ecco perchè c’era Fortini: ogni tanto è concesso tornare dall’al di là a trovare gli amici e i vecchi conoscenti, riassumendo, per qualche ora, le spoglie mortali.>>
<< Ma Gerusalemme, allora, come la descrive Dante, la porta dell’inferno eccetera eccetera? >>
<< Ah… cazzate. Immagini buone per la poesia e per le cartoline dei turisti. >>
<< Capito, eh, il vecchio Dante? Oltre che sommo poeta era anche un sommo ballista, un gran raccontatore di cazzate. >>
<< Del resto non sono così tutti i poeti e gli scrittori? >>
<< Quasi tutti. Io no, ad esempio. >>
<< Ah no? E allora i tuoi romanzi, cosa sono? Autobiografie mascherate? >>
<< Non proprio. Io non sono autobiografico, ma prebiografico. Prima scrivo e poi quello che ho scritto mi accade. Parola più parola meno. >>
<< Davvero? >>
<< Parola mia. >>

Camminavamo per la città e tutto ci pareva imperfetto, sommerso dalle presenze dell’assenza. Sembrava Atlantide, senza neppure un Platone a raccontarne il mito. Del resto, non è che ci fosse molto da dire: era una città al confine del nulla, capitale d’un impero decaduto da secoli, che viveva incosciente, senza presagire l’aria che bruciava nei polmoni come sale da cucina, intasando le vene e le arterie come un ingorgo in tangenziale. O come troppo colesterolo. Era, del resto, ingorda di ogni
cosa: ne diventavi schiavo, servo indegno di essere sacrificato sull’altare della sua voracità.
<< Sai, mio nonno nel 1937 partì per la Spagna a combattere contro i franchisti… >> provai a dire.
<< E perchè? Per motivi ideologici? Era comunista? >>
<< No. E’ che non gli piaceva il nome Franco. >>
L’assenza che opprimeva la città mi aveva stremato. Non mi veniva neppure una battuta decente.

(fine del capitolo. oppresso dall’assenza e cosciente di non essere più. mai più. never more.)

Il giorno successivo mi alzai di buon’ora. Era mezzogiorno e quaranta, una buona ora per alzarsi. L’ora dell’aperitivo e poi del pranzo. Mangerò il suo minestrone, aspetterò la primavera e i suoi confetti di virtù… la radio passava una canzone di Capossela e la mattina era già passata.
Ho sempre cercato di evitare di alzarmi presto, quando il mondo è in ordine. Per questo esco tutte le sere e faccio tardi, oppure presto, che è tardi da un altro punto di vista. Ho sempre cercato di evitare l’inizio della giornata: a quell’ora la città non è ancora sveglia, mentre a mezzogiorno
è sveglia, è attiva. At midday, come avrebbe scritto Proust se avesse saputo l’inglese, il mondo ha già scelto il suo destino e io, qualsiasi cosa accada (h-da), non mi sento responsabile, non avendo partecipato alla creazione del primo giorno. Non faccio nè la parte di Dio nè il mestiere di autista di bus. La mia, al massimo, è una responsabilità individuale, personale: una responsabilità soggettiva. Rispondo solo di me. E solo al telefono.
<< Pronto >>
<< Pronto. Ciao, sono Tommaso. >>
<< Non ci credo, se non ti vedo… >>
<< Sempre a scherzare tu, sempre col senso della frase e le tue strane frasi senza senso. Dai, ho notizie da darti da parte di Gesù. Ci vediamo per pranzo? >>
<< D’accordo. Dove si fa? Dimmi te… >>
<< …Sebastiano…? >>
<< Cos’è? Un ottativo? >> risposi ironico.
<< Eh? >> replicò perplesso. Dovevo arrendermi all’evidenza, dovevo evidenziare la mia sconfitta e perciò deporre le armi, arrendermi. Tommaso non possedeva il senso della frase: del resto ognuno ha un difetto e manca di qualcosa. Io, ad esempio, non avevo il senso della misura e mi mancavano l’assenzio e due larghi occhi chiari (con splendidi riflessi di grigio).
Mi mancavano, poi, circa quanttro diottrie per occhio: ero miope.
<< Niente, lascia stare. Se-bastiano è quello in via Amedeo Modigliani? >>
<< Sì, allora facciamo lì tra mezz’ora, va bene? >>
<< Va bene. Io sono già lì! >>

Io sono già lì… già. Più o meno.
Arrivai puntuale, almeno dal mio punto di vista. Il tempo, lo diceva Einstein, è relativo; è come una congiunzione che unisce una principale a una subordinata, lo diceva de Saussure. Almeno credo. Comunque ero in ritardo di un quarto d’ora, secondo il calendario gregoriano, ma Tommaso evitò di cantarmele. Forse perchè era stonato o forse perchè era un sant’uomo, capace di sopportare i difetti degli altri. Ci accomodammo a un tavolo e mentre sfogliavo il menù à la carte notai in un tavolo alla nostra destra due uomini à la page, almeno nell’ambiente letterario. Io, che non coltivavo ambizioni artistiche, ma alloro, essendo un poeta laureato, li riconobbi: erano Fortini e Loi.
Parlottavano e sfottevano Montale e la Merini, una poetessa mezza matta che mi ero limonato a un Premio Strega qualche anno prima. Avrei preferito, però, Patrizia Valduga: è più figa.
Devo confessarvi che, da quando, bambino, avevo scoperto che i tre moschettieri erano quattro e che il protagonista non figurava neppure nel titolo, non mi stupivo più di nulla. O quasi.
In quell’occasione, invece, mi stupii. Era l’eccezione che confermava la regola oppure la regola dell’eccezione a imporsi come conferma dell’assurdo del mondo? Non lo so, vi dirò. Ohibò. ( Cocò, Godot. ) ( Gaudì, Modì. ) (Morta qui. )
Quel che è certo è che mi stupì vederli lì, assieme, ma il mio non ero lo stupore commosso, lo stupore di chi si sente simile tra i simili, no, era lo stupore di vedere lì Fortini. Doveva essere in una tomba al cimitero di Milano: era morto da nove anni. Almeno così credevo. Forse mi sbagliavo, forse era solo un sosia, un doppio; o forse era il vero Fortini, Franco Fortini risorto e desemantizzato. Mi proposi di andare, dopo, a controllare.

<< Allora, dimmi, che novità mi porti? E’ una buona novella, almeno? >> sorseggiai a Tommaso, bevendo del vino rosso. Era un vino maschio, corposo e solido, nonostante il vino sia un liquido.
<< Mah… ti dirò che Gesù ti segue sempre. Con affetto e simpatia. Ed è anche un po’ preoccupato, ma anche diverito, dalla tue avventure epiche… >>
<< Più che epiche >> lo interruppi piccato << le definirei picaresche. >> << Sì, insomma, delle tue avventure, della tua vita: diciamo che la tua vita è un romanzo… >> Non intervenni, ormai mi ero arreso, ma non potei fare a meno di notare come Tommaso non avesse fantasia; parlava per frasi fatte, talmente fatte che non mi capacitavo di come potessero uscirgli dalle labbra, senza sciogliersi e sfarinarsi nella faringe. Era un venditore di campionari linguistici usati fino allo sfinimento, ne abusava quasi fosse il campione del luogo comune, senza neppure un Flaubert a cucirgli intorno un dizionario. Ma non davo gran peso a questa cosa, in fondo era pur sempre un amico, per dirla come l’avrebbe detta lui.
<< …comunque… >> continuò Tommaso << ho anche un messaggio da parte di Michele. Dice di ricordarti dell’altra sera e di… di… >>
<< Sì, della mia sconfitta: mia e delle mie bugie. E della promessa… >>
<< Tifiamo tutti per te, siamo tutti con te nella tua ricerca dell’assenzio. >>
<< E di quei due larghi occhi chiari. >> aggiunsi con tono gioiosamente malinconico. In fondo, adoro la malinconia: da l’impressione che io sia profondo, dura più dell’allegria e, in aggiunta, quando non ne puoi più, puoi sempre suicidarti.
<< Ma raccontami un po’ di questi due occhi chiari. Come sono? E lei com’è? E’ bella? >> chiese Tommaso tutto incuriosito. Era il suo vizio, la curiosità, un vizio portato all’estremo, estremizzato come ogni cosa in un uomo metà santo e metà bambino: era il vizio dell’agnello, che, a differenza del lupo, non perde nè il pelo nè il vizio. Rischia solo di perdere la pelle: se incontra un lupo o se è la settimana di Pasqua.
<< Bello non è un aggettivo bello. >> iniziai spegnendo la sigaretta sotto al tavolo. I posacenere non esistevano più da quando, nel 1918, qualcuno all’apertura del ristorante se li era fregati tutti. << Bello è un aggettivo troppo usato, stanco degli abusi che subisce, è vecchio e decrepito. E una cosa bella non può essere decrepita. Bello banalizza. E’ un po’ come solare, si spreca ad ogni raggio. >> Ci pensai su. << Più che altro la definirei intensa. Ecco. La sua è una bellezza intensa e, insieme, segreta. Non è la bellezza vistosa da calendario, ricorda molto di più la bellezza simbolica dei Preraffaeliti. Ma soffermandoti a guardarla ti dimentichi di tutto: sia dei Preraffaelliti che del simbolismo. Rimane solo lei, nella nuda luce azzurra dei suoi occhi chiari. >>
<< Però… vorrei proprio incontrarla questa qui… >>
<< Un giorno te la farò conoscere, se mai la ritroverò. L’azzurro fugge e non sai mai dove cercarlo: si confonde col cielo, col mare. Tu lo cerchi ovunque, lui gioca con te e finisce che sfuma in colori più intensi e diventa blu. E tu rimani lì; col blues. Note di B. B. King e notti di sbronze per dimenticare disaccordi di cuore con accordi di chitarra e malinconia. In genere non funziona, però tentare non fa male. Tu piuttosto, a donne come sei? >>
<< Ti dirò… è proprio riguardo alle donne che ti volevo chiedere un consiglio. E’ anche per questo che ti ho invitato a pranzo. >>
<< Spara, old Tom! Tu e chi? Due cuori e una capanna? O il deserto dei Tartari? >>

(fine del capitolo)

Feci una lunga doccia bollente, seguita da una gelata. Non ho mai capito quale delle due si debba fare prima, così, nel dubbio, le alterno volta per volta.
Mi feci la barba e controllai l’ora: le nove e quaranta. Corsi a raggiungere gli amici che mi attendevano al solito bar. Era ora. Finalmente iniziava una nuova notte e le prospettive, neanche a dirlo, erano luminose. Almeno, a lume di naso, pensavo così. Mi sbagliavo.
Errare è umano e anche divino: il mio amico Gesù, figlio di Dio, sbagliò formazione, ne aggiunse uno di troppo che lo tradì e lo vendette a un arbitro già venduto di suo. Risultato: retrocesso da Re dei Giudei a crocefisso, dalla corona d’alloro alla corona di spine.
Mi sbagliai anch’io. Fuori dal pub nulla brillava, se non le lame dei coltelli: uno spettacolo impressionante, una pressione di corpi che cozzavano l’un contro l’altro armati di sedie e cartelli stradali, di spranghe e catene. Erano naziskin ed ex sessantottini che se le davano di santa ragione, per ragioni ormai inutili, che la storia aveva sorpassato a gran velocità, ma che loro consideravano ancora buone: erano lì, fermi a
un semaforo rosso che gli uni volevano distruggere e sfasciare, gli altri difendere e diffondere come verbo di redenzione e di rinascita. Quella notte, però, nulla sarebbe rinato; solo la morte avrebbe visto il suo trionfo e tutti gli altri, impauriti, sarebbero fuggiti in ogni direzione.
Non è vero che ci scappa il morto; il morto sta sempre lì, immobile e senza sorriso per le foto della scientifica: sono gli altri, i suoi assassini e i suoi compagni, a scappare.

Evitai i pugni e i calci e raggiunsi l’ingresso del pub. Speravo di trovare, nonostante tutto, la festosa allegria dell’amicizia, la poesia lurida senza essere sporca delle notti in compagnia di amici fraterni. Le bevute che la notte partoriscono rivoluzioni per reazione all’autorità costituita e al mattino diventano involuzioni, per reazione alla nuova autorità rivoluzionaria cresciuta nella notte. Una rivoluzione permanente, insomma. Molto trozkista e anche un po’ incasinata. Spalancai la porta e nell’aria volò una bottiglia. Un’altra rissa.
Nessuna rivoluzione o reazione, qua niente naziskin o ex sessantottini, ma uno stato d’eccezione che si stava facendo regola. D’altra parte, il confine tra regole ed eccezioni non è di per sè ambiguo? Ci sono le eccezioni, d’accordo. Quelli che creano le regole partono proprio dall’eccezione: assistendo a qualcosa di osceno, rifiutandosi di credere che le cose, a volte, possono essere veramente così come appaiono, ci
costruiscono attorno una barriera immaginaria, una barriera architettonica per difendere la loro cecità. Questa barriera la chiamano regola; quindi concludono il lavoro dicendo che è l’eccezione che conferma la regola. E vivono tranquilli e soddisfatti nel loro recinto di certezze e ipocrisie, non vedendo che è, in realtà, l’eccezione ad imporre le sue regole. Regole fantasiose e poco astratte, regole a strati e poco concrete. Sincretiche, forse; o forse solo regole sregolate, ma che comunque hanno il sapore della vita, non l’inodore dell’assenza. Regole per una vita eccezionale, insomma.
Ho ragione o torto? Non lo so, non ho nemmeno capito bene quello che ho detto: certamente sta di fatto che mi trovai, nel pub, nel bel mezzo di un regolamento di conti. Tra marocchini e algerini. Questioni di nazionalismo. O di droga. O di entrambe le cose. A me e ai miei amici non importava granchè della nazione (eravamo anarchici) nè della droga (cercavamo l’assenzio); ci fregava molto di più della nostra pelle. Così ci demmo una regolata e ci buttammo nella rissa per difenderci, sostenuti da una massima calcistica: la miglior difesa è l’attacco.

Un algerino, alto come un cammello e possente come un cavallo, caricò a testa bassa verso di noi come un toro. Era, insomma, un animale. Mi prese in pieno petto, come un infarto, facendomi realizzare il sogno più antico dell’uomo: volare senza ali. Volai; e una porta al volo sfondai (essendo io un gentil’uomo, mi presi anche la briga di bussare); per le scale infine ruzzolai. Ahi ahi.
A proposito, chi ha messo in giro la balla che quando uno prende una botta in testa vede le stelle? Avevo visto di tutto, tranne, vi giuro, le stelle: un prestigiatore nudo (senza tucco e senza inganno), un violinista zingaro e Capossela ubriaco, sette spose per sette fratelli, una mantide religiosa e uno scarabeo ateo, il reggiseno della donna cannone (esplosivo), un film a luci rosse e la Casa Rosada, una conchiglia che se ci appoggiavi l’orecchio sentivi i risultati delle partite, una monaco monco, una foca monaca che s’azzuffava con uno struzzo per le vie di Parigi, un teofago e Teofilo Gautier, due deputati di Forza Italia al prezzo di uno (il prezzo del potere, in saldo), le tonsille di Big Luciano Pavarotti e un’antroposcimmia.
Tutto, vi giuro, tranne le stelle.
Dopo un po’ rinvenni e mi guardai intorno: mi trovavo nella cantina del bar.
Sanguinavo dalla bocca. Un orrore. Non la vista del mio sangue, bensì quella dei topi che usciti dai loro appartamenti erano venuti a godersi lo spettacolo. Loro squittivano, io urlavo dallo schifo, quando Gianni mi piombò addosso. Il Golia algerino lo aveva scagliato giù dalle scale: peccato non avessi una fionda, ma d’altra parte non mi chiamavo neppure Davide. Tentai di rispondere al colpo rilanciandogli contro Gianni, ma non lo beccai. In compenso mi beccai quattro madonne da Gianni. Evitai di replicare, in fondo in fondo me le meritavo e poi non avevo molto tempo, preso com’ero a tentare di abbattere il colosso di Rodi. Mi guardai in giro, girai su me stesso alla ricerca di un’arma; raccolsi un’arma impropria che mi faceva propriamente schifo: un grosso ratto.
Presi la mira e lo lanciai dalla cantina al piano bar: il ratto ruttò dalla spavento. Volò in linea retta, con i peli ritti. Si fece dardo e colpì in pieno volto il Golia arabo che urlò dal dolore. Gli avevo rotto la mascella.
Avevo abbattuto il colosso di Rodi. Con un roditore. Risalite le scale chiamai i miei amici e raccolsi il ratto moribondo per sventolarlo davanti a Gianni. Lui urlò per lo spavento e rinvenne immediatamente. Corremmo alla porta, mentre il sangue correva, anche lui, tra fiumi di bottiglie rotte e liquori sprecati, e in un batter di ciglio uscimmo. A riveder le stelle? Ma quali stelle… c’era solo il cadavere di un uomo. Era un rosso o un nero? Non lo sapevamo e non importava: la tragedia non ha colori, la tragedia ha il colore della morte e nella morte si perdono tutti i colori. Oltre alla vita, naturalmente. Rosso o nero che fosse non importava a nessuno: forse sarebbe interessato di più a Stendhal. Per noi era solo il cadavere d’un uomo. Lo guardammo in silenzio e chiamammo la polizia.
Subito dopo ce ne andammo: per non dover rispondere alle domande volanti della mobile, per non essere implicati in una morte e in due risse che nessuno di noi aveva cercato, ma che l’eccezionalità di quella notte ci aveva imposto come regola da seguire. Nostro malgrado.

La vita proseguiva imperterrita e per nulla atterrita, come se del morto, di me e degli altri non gliene potesse fregare di meno. La vita terminava, sarebbe terminata, per tutti, tranne che per se stessa, da quella grande egoista che era. Forse non era neppure egoista, ma semplicemente amorale. Lei proseguiva, troppo impegnata a viversi addosso: usciva con l’ultimo respiro da un cadavere pronta per entrare nel corpo di un neonato. Pronta a renderlo felice, a trasformarsi in un inferno; pronta a risucchiarlo nel suo vortice: succhiarlo, vampirizzarlo, sicura di essere estranea alla morte. La vita beveva tutto. Vino, montenegro negroni e tequila al bar davanti al duomo. La vita preferiva però l’assenzio, la linfa di ogni uomo, e quando in una persona l’assenzio era finito cercava altri paradisi artificiali, altri corpi da succhiare, altri bar da svuotare.
Per l’uomo disteso davanti al nostro pub l’assenzio era finito. Per sempre. Per me, invece, c’era ancora: come ricordo, come speranza, come possibilità. Quell’uomo ora coperto da un lenzuolo bianco non avrebbe più potuto godere della felicità che solo due larghi occhi chiari possono dare. Io, invece, avrei ancora potuto guardarli, avrei potuto ancora sentire il brivido che trasmettevano. Mi ritenevo fortunato: baciato dalla fortuna, mentre lui poteva baciare solo il sudario di morte. Che presumo puzzi anche un po’.

(il capitolo è capitolato. morto per cause naturali. fine di questa parte)

L’insegna, un neon che non pareva avere alcuna voglia di illuminare la strada, diceva “Varadero”.
Entrai e prendendo posto al bancone mi accesi un Montecristo. Sigaro cubano.
Ordinai al barista un rhum. Havana club. El alma de cuba. Ma in quel locale non c’era quasi anima viva e, inoltre, più che nel centro festoso e povero dell’Avana, sembrava di essere in un girone infernale fatto di cenere e malinconia. Di grigiore e noia.
Il barista mi versò da bere con un’aria a metà tra l’incuriosito e il nostalgico, nostalgico come la sua barba che non faceva affatto pensare a Che Guevara o Castro, e nemmeno a Gesù, no, faceva solo pensare al babbo natale triste d’un centro commerciale. Nostalgico e fuori stagione, dal momento che Natale era passato da un pezzo. Fuori stagione e fuori moda, come la camicia verde militare che gli tratteneva a stento la pancia e che lo faceva assomigliare a un rivoluzionario marxista come il tonno sott’olio ricorda le sirene. A suo favore c’è da dire che, se uno ha fame, non sa cosa farsene delle sirene. E io in quel momento avevo fame.
<< Un paio di tramezzini mozzarella e pomodoro, per piacere. >>
Li mangiai in un attimo e dopo ripresi a bere il doppio rhum, mentre mi confondevo tra le volute del sigaro e i miei mille, illogici, non voluti pensieri.
Il mio corpo era stanco, stanco di anni di corse verso qualcosa che ignoravo, stanco del mio dedalare alla ricerca dell’assenzio e di due larghi occhi chiari. Ma il mio cervello lavorava, cogitava, elaborava dati e opinioni senza successi matematici. E la matematica, si sa, non è un’opinione. Avrei dovuto, di conseguenza, dichiarare il mio fallimento, senza neppure una casa da ipotecare o una causa legale per salvare il salvabile. Una cosa opinabile, per i miei gusti. Raccattonai, allora, le poche certezze e i molti dubbi che la vita mi aveva portato in dono, come fosse stata, anche lei, un babbo natale fuori stagione, un babbo natale sadico che, avendo finito il carbone zuccherato, ti getta sotto ai piedi carboni ardenti. Un anticipo dell’inferno, e tu, come un pirla, che ci balli sopra il ballo di san Vito.

Avevo incontrato in una sola notte Gesù Cristo, l’angelo della Morte, l’angelo Michele e San Tommaso ficcanaso. Ero sulle tracce dell’assenzio e di due larghi occhi chiari e mi trovavo, al momento, in un locale cubano ad ubriacarmi, come un poeta maledetto. Senza aver scritto una riga, però, e senza una retta via da seguire. Ma di questo non mi preoccupavo troppo: la geometria è un’opinione. Alle volte la via più breve tra due punti è una curva.
Sentii aprire la porta e vidi entrare due uomini in divisa. Squadra mobile.
S’avvicinarono al bancone e squadrarono il barista, poi passarono a me.
Forse erano squadristi. Improvvisai loro un sorriso falso come i gioielli della figlia di uno czar russo. Non ricambiarono. Mi ero sbagliato: forse erano leninisti. O forse, semplicemente stronzi. Loro rappresentavano la Norma e l’ordine, io la Traviata e il caos primigenio e ci stavamo per affrontare in un bar dal sapore cubano. Sapore forte, di rum e rivoluzione.
Ordine, disordine e rivoluzione, senza neppure un Che Guevara a farmi da spalla in quel teatrino dell’assurdo che metteva in scena l’assurdo della vita. L’unico a farmi da compare, a parte qualche comparsa talmente avinazzata da non riuscire ad alzarsi dal tavolino, era il compagno
barista.
Un uomo stanco e invecchiato, come Fidel Castro un detrito della Storia che resisteva ancora alle maree del progresso.
I rappresentanti dell’ordine mi sfidarono con sguardi che volevano essere alteri. Io, già abbondantamente alticcio, dall’alto del mio sgabello ordinai una tequila.
<< Doppia tequila con ghiaccio… e una cerveza para mis amigos, por favor. >>
Indicai gli sgherri, gli sbirri, i bravi di un don Rodrigo innominato, ma molto più potente di quello d’un tempo: nei secoli aveva imparato a nascondersi dietro a mille nomi, assumendo mille sembianze e nessuna.
Bevvi al volo la tequila e mi alzai dal bancone.
<< Sul loro conto… muchas gracias, amigos! >> ammiccai, mentre uscivo sperando di riveder le stelle… Macchè stelle! La luce del sole mi ferì.
Una ferita che bruciava, dolorosa come un dito in un occhio o un calcio negli stinchi. Mi ero dimenticato che le ore piccole, quelle ore ratrappite dal peso della giornata, si erano talmente rannicchiate in sè stesse da scomparire, svanendo nel passato e lasciando il posto alle fresche e dolci ore di un nuovo giorno.
Iniziai a camminare, con il passo veloce di chi non sa dove andare,ma vuole arrivarci in fretta. Per la strada nulla era cambiato, eppure ogni cosa mi sembrava diversa: i muri, gli alberi lungo i viali, gli ingressi delle
case e dei casini, le auto parcheggiate, i lampioni oziosi e i negozi dei commercianti – tutto appariva sotto un’altra luce. Luce solare, una luce chiara e viva, almeno così ci fanno credere da millenni. Stonzate. La luce del giorno è una luce cupa e oscura, un nero seppia vestito di bianco per ingannare con pudore borghese la verità. La luce solare è il velo di Maya.
La notte, invece, è sempre stata vista come il regno del sonno, e il sonno della ragione, si sa, genera mostri. Sbagliato. Al massimo, le ragioni del sonno portano incubi, mai mostri. Il sonno della ragione non genere mostri, ma mostra le nudità di Maya: in un museo, la Maya desnuda. Il sonno della ragione è l’irrazionale, il movimento fluido e puro della vita, la vitalità di una danza dionisiaca. E’ il regno notturno dei poeti, dei mistici e dei folli.
Essendo io un (in)degno rappresentante di tutte e tre le categorie, decisi di andare a casa a dormire, aspettando l’alba di una nuova notte.

Chiusi la porta ed andai fino al bagno.
Sentivo la testa scoppiare, lo specchio mi riconsegnava due occhi affogati nel pianto e nell’assenza, le pupille ormai si confondevano nel mare salato: tirai le retine e pescai il mio dolore di gambero, mentre la mareggiata di lacrime usciva zampillando nel lavabo. (Era sporco di dentifricio: lo laverò domani, pensai). Tra pesci e dolore, tra assenza e sudore partì una scialuppa verso la camera da letto, mentre io affogavo nei miei occhi verdi e nel ricordo di quei larghi occhi chiari.
Mi addormentai, alla fine, cullato dalla tempesta dopo la quiete e dalla speranza insperata di colmare il mio vuoto.
Non sognai, però. Non avevo ragioni per farlo.

(fine di questa parte)