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Era già arrivato il pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna. Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.
E mi dimenticai di Francesca. Per sempre.

Per sempre è un diamante, un ricordo o una condanna all’ergastolo. La condanna a morte no, non è per sempre, anzi quella è la pena più breve che ci sia: questione di un attimo e zac penzoli come un salame stagionato. Certo, moralmente può non essere il massimo, ma alla fine quante persone, quante esperienze passate, quanti sogni futuri, quanti presenti sono diventati assenze, condanne a morte simboliche e figurate, ma non per questo prive di dolore e sofferenza?
Quindi forse non dimenticai Francesca per sempre, semplicemente condannai quel sogno vissuto, quel ricordo di un futuro a morte e lo abbandonai in fondo a un cassetto, lo incassai nella stiva di una nave che salpava per le Americhe, la più grande nave di tutti i tempi, pronta a cozzare contro un iceberg.
Elaborai il lutto, fino in fondo, fino alla fine del mondo. Tutto il lutto, come un putto in un quadro rinascimentale che beve dalla coppa di Bacco, usque ad fundum, vuotando il bicchiere e divertendomi poi a guardare il mondo da quel fondo: immagini bellissime, caleidoscopio di colori e valori, scale a chiocciola per raggiungere i valori decaduti e scale mobili per lottare contro l’inflazione; una visione storta, come il cammino di un ubriaco, surreale come un quadro di Dalì, singolare come un numero grammaticale. In casi estremi e alla soglia del coma etilico, anche la visione di un visone con al collo una pelliccia di una vecchia cicciona.
L’universo in una goccia, insomma; e comunque sempre meglio che essere una goccia persa nel mare dell’universo.
Così guatando e guardando passavano i minuti che crescendo diventavano ore e le ore non pregavano pro nobis ma solo pro vino, perché in vino veritas e in homo vanitas. Io, che ero uomo e pure spesso ubriaco, ero in effetti veramente vanitoso. Credevo anche, nel delirio tremante dell’ebbro putto di vino (Dioniso il caprino), che il mondo girasse intorno a me, che lo stesso Tempo fosse piegato ai miei voleri, come gli orologi molli di Dalì: gira la lancetta e fai la tua puntata, un po’ come un giro di roulette al Casinò di Montecarlo, con il vantaggio che non perdevi fiches e soldi scommessi, ma solo tempo. Tempo perso, insomma.
Perdendo tempo, persi anche la cognizione dello spazio, il cui concetto come insegnano Einstein e la teoria della relatività, è ben collegato a quello di tempo: in un colpo solo, quindi, persi due piccioni con una fava. Anzi, tre, perché, nel frattempo, se n’era andata anche la barista capelli-di-fata occhi-di-mare e bocca-di-fuoco (almeno così speravo e poi cromaticamente giallo verde e rosso stanno bene assieme).
Rimanemmo solo io e il proprietario, nonché mio amico nonché ex attore di film hard che si vantava di aver scoperto il talento di Eva Henger, prima che quest’ultima si metesse col gabibbo. Sic transit gloria mundi.
Io e lui sembravamo il gatto e la volpe senza Pinocchio, Qui e Quo senza Qua, i tre re magi senza Baldassare fermato alla frontiera per via della mirra, Aldo e Giovanni senza Giacomo. Ci sentivamo anche un po’ i Sette a Tebe senza gli altri quattro, ma cercare altri quattro amici per prolungare la serata di altre ventiquattro ore sarebbe stato troppo un casino, così decidemmo di chiamarne solo uno, ben sapendo che avrebbe portato con sé una tribù che neppure l’esercito americano pronto ad invadere l’Iraq era così numeroso.

(capitolo in attesa. Dell’arrivo degli amici, ovviamente. E di un’altra bottiglia di rum, perché il rum è come gli amici: non è mai di troppo)

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